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lunedì 4 luglio 2011

Un'estate al mare

Un'estate al mare. Non più. Quell'era è finita.
La mia prima estate da lavoratrice. Uno shock. è luglio e sono ancora 10 ore al giorno in ufficio, e non so come farò a reggere fino ad agosto. Forse l'estate è il periodo in cui si nota di più il passaggio tra il mondo dell'università e il mondo del lavoro. Ho passato 25 anni della mia vita a fare almeno un paio di mesi completi di riposo, svacco, cazzeggio, mare e vacanze. E ora il mio contratto prevede 22 giorni di ferie l'anno. 
VENTIDUE.  All'anno.  Un trauma. 
Ricordate il periodo delle elementari, delle medie e del liceo? il 10 giugno finiva la scuola e fino a metà settembre era la libertà più totale. Un tempo sospeso, lento nel suo scorrere, e quasi noioso. Un po' di settimane al mare con la famiglia, un po' di settimane in "colonia" o in vacanze studio all'estero, un po' di settimane ospiti di qualche amico in località balneari, e il resto del tempo diviso fra scorrazzamenti in campagna dalla nonna, con una banda di cugini al seguito, e la piscina comunale. Certo c'erano anche i compiti delle vacanze, ma qualche paginetta di libri di esercizi, un po' di versioni o dei romanzi da leggere sotto l'ombrellone non sono mai stati un problema. Anche all'università era abbastanza facile, con un po' di organizzazione, non ridursi a dare gli esami più pesanti a luglio e a settembre, e già così, avere l'ultimo esame dell'anno il 10 luglio, sembrava un po' un affronto al tempo sacro dedicato all'estate e alle vacanze.
E poi sono piombata nel mondo reale. Sapevo già che sarebbe successo. Sapevo già che sarebbe stato così, ma la consapevolezza non ha diminuito il mio senso di spaesamento in questa mia prima estate lavorativa.
E per cosolarmi un po' continuerò a ripetermi nella mia testa le parole di una canzone degli Skiantos..
Anche se fa un po' volpe e l'uva sono quasi riuscita a convincermi che al mare non voglio più andare...


Valeva la pena, si 
di venire in vacanza 
di affittare una stanza col mare di fronte 
ah si.... 

t'ho portata nel porto, ma tu 
m'hai lasciato da solo, si 
m'hai mollato sul molo, non so neanche il perchè, eh perchè ? 

Il sole risplende 
la sabbia è rovente 
non mi importa più niente del governo e di te, capito ?! 

al maaaaare, non voglio più andaaaaare 
che nessuno m'inviti 
basta sabbia fra i diti .....uuuuuh 

Valeva la pena, si 
di trovare un sistema, mmh 
per bruciarsi la schiena nonostante la crema 

tu volevi la pomata, lo so, lo so 
ma non l'ho mica trovata, però..... 
c'ho qui l'insalata, fa lo stesso per te ? Eh ?! 

la radio ripete, notizie sudate di città abbandonate e bambine perdute... 

al maaaaare, non voglio più andaaaaare 
basta cene di pesce 
ballo liscio con contorno di cosce 
 al maaaaare, non voglio più andaaaaare 
detesto gli scogli, si, si 
le creme camogli 

Non sopporto i faraglioni 
Ferragosto e i gavettoni, no, no 
gli animatori allegroni 
la pizza quattro stagioni 

bruciati dal sole 
incrostati di sale 
fitti come sardine 
e son solo le tre, e son solo le tre, e son solo le tre, e son solo le tre 

al maaaaare, non voglio più andaaaaare 
non sopporto i bagnini 
i cornetti e i panini 
al maaaaare, no, non voglio più andaaaaare 
basta bionde abbronzate e occasioni perdute 
al maaaaare, sai non voglio più andaaaaare 
che nessuno m'inviti 
basta sabbia fra i diti .... 

insomma! Basta! Sabbia! Fra! I ditiiiiiii! Eh 
non ne posso più, uh, uh, uh 

giovedì 30 giugno 2011

La legge del contrappasso

Le mie amiche lo sanno, sarà una reminiscenza dei miei studi classici, ma io sono una fautrice della teoria del contrappasso, e soprattutto della sua applicazione alla vita sentimentale. 
Ho passato anni ad interpretare ogni mia storia e vicenda sentimentale, e tutte quelle delle mie amiche, più o meno strette, in quest'ottica. La teoria del contrappasso è molto semplice, e racchiude in sè un'idea di karma cosmico e di giustizia divina,  in fondo molto rassicuranti.
Il succo della teoria è molto facile: quello che fai ti tornerà indietro, attenta ai tuoi comportamenti perchè prima o poi li subirai. La mia vita mi ha fornito innumerevoli riprove di questa legge karmica: la prima volta ho lasciato, la seconda sono stata lasciata, ho trascurato un ragazzo e nella storia dopo sono stata trascurata. Anche le vite delle mie amiche mi hanno fornito spunti molto interessanti: chi rincorreva poi veniva rincorsa, chi se la tirava è poi diventata donna zerbino, chi si lamentava della troppa bontà e gentilezza del ragazzo ha poi conosciuto solo stronzetti, chi ha tradito è stato tradito. La teoria è ormai nota e, almeno per me, quasi scientificamente dimostrata. E oggi ho avuto una profonda illuminazione. 
Questa legge governa tutto l'universo, non solo le questioni di cuore!
Anche il mondo del lavoro è influenzato dal contrappasso... dunque cercate di stare attenti alle mie spiegazioni e di prendere appunti: in una situazione lavorativa ed occupazionale sempre più tragica per questo paese bisogna tenere conto di tutto, anche delle stelle e del destino!
Martedì sera, giorno prefestivo a Roma, visto che il 29 era il patrono, mentre ero già sulla soglia, il capo mi ha richiamata e mi ha chiesto se volevo fare il ponte.. io, scema, ho rifiutato. Ho pensato che ero indietro con alcuni lavori, che ero già d'accordo di fare delle cose con altri colleghi, ho riflettuto che il grande capo in fondo non è sempre al corrente di quello che facciamo e che magari non si era reso conto che sono molto impegnata in questo periodo. E oggi sono tornata al lavoro, polla come al solito. 
Sono tornata al lavoro e ci sono stata dalle 9.00 alle 21.00, e domani mattina devo entrare mezz'ora in anticipo per finire delle urgenze improvvise. è il karma ragazzi, mai rifiutare delle ferie: hai snobbato questa possibilità?e ora ti tocca iperlavorare.. I miei colleghi me l'hanno confermato. mai lasciarsi scappare queste occasioni quando ti si presentano. è la prima lezione da imparare, e io oggi l'ho decisamente imparata!

lunedì 27 giugno 2011

L'abito non fa il monaco

Ho già scritto dell'importanza dell'abbigliamento sul posto di lavoro, e dell'ansia di essere sempre adeguatamente vestiti in ufficio, ed ho già scritto che l'ansia da abbigliamento prende già ai colloqui, mischiata all'ansia generale di fare buona impressione su tutto... Possono sembrare considerazioni scontate, visto che è ovvio dire che è importante dare una buona impressione di sè, e che quindi andare ad un colloquio vestiti bene è importante per non sfigurare. 
Eppure io continuo a riflettere.
Non credevo che l'elemento estetico potesse diventare un serio criterio di scelta e di selezione per un lavoro. 
E se invece fosse proprio così?
Già a due colloqui diversi mi è stato detto che ho "presenza" e a partire da questa parolina ho iniziato a riflettere.. Presenza, bella presenza, che si intende? Ho scatenato il dibattito di un intero pranzo domenicale in famiglia sull'interpretazione di questa frase e di questo episodio. Bella presenza è sinonimo di bellezza? 
Mi è stato detto, seppur in modo un po' più delicato e discreto, che uno dei punti a mio favore nella scelta è che sono carina? oppure per bella presenza si intende semplicemente il modo di porsi, di parlare, di sorridere, magari anche di essere vestiti, cioè l'idea che si dà di sè complessivamente?
Sarà un caso se tutte le mie colleghe sono molto carine? sarà un caso se nessuno nel mio ufficio ha kili di troppo o evidenti difetti fisici? Se la selezione, forte e rigida, a cui siamo stati tutti sottoposti per essere scelti (max 26 anni, minimo 110 come voto di laurea, gradite esperienze all'estero, lingue straniere, test ed esami e almeno tre step di colloqui da superare) avesse riguardato anche, in parte, il nostro aspetto esteriore? Magari non è necessario essere belli secondo i canoni tradizionali, ma almeno piacevoli alla vista e ben vestiti si. Ed ho sentito io stessa commentare i colloqui di potenziali nuovi stagisti, basandosi sull'abito che indossavano: chi troppo scuro, chi troppo casual, chi troppo elegante, chi troppo poco. 
Certo nessuno dice che l'abito sia determinante nella scelta, ma io inizio a raccogliere indizi e a sospettare..
Perchè l'abito non fa il monaco, ma a volte porta ad un contratto.

giovedì 23 giugno 2011

La partita doppia no!

I colloqui sono un po' come gli esami: ci si sente sotto giudizio, si teme il loro esito, si è in agitazione e si ha paura di non saper rispondere. 
Solitamente però i colloqui non sono così nozionistici, non si deve dare la risposta giusta ad un qualcosa su cui ci si può preparare, ma bisogna dare una buona impressione di sè e delle proprie potenzialità.
Era ciò su cui io contavo.. Ma non va sempre a finire così..
Per una persona estroversa, abituata a parlare in pubblico e con una buona proprietà di linguaggio ed anche un buon curriculum, come nel mio caso, non è così difficile superare un colloquio motivazionale. Ma una vera e propria interrogazione, come in sede d'esame è un'altra cosa!soprattutto quando si deve fare un test su argomenti MAI studiati.
E allora non c'è motivazione né parlantina che tenga. Carta canta, ed un test consegnato in bianco, purtroppo, canta parecchio.
Superato lo shock iniziale per la figuraccia e per la delusione mi faccio un po' di domande...
Visto che il responsabile delle risorse umane pare essere un mestiere molto in voga, mi chiedo, qual è il compito di chi ha questo ruolo, se non quello di selezionare curricula adeguati alle figure che si sta cercando?!?
E allora perché vengo chiamata io, povera laureata in scienze politiche, per una posizione da assistente revisore contabile?
Perché devo subire l'umiliazione di trovarmi di fronte ad un test di contabilità, quando dal mio curriculum è evidente che è una materia che non ho mai studiato??
Mi sa che inizierò a rispondere anche agli annunci in cui di cerca esperti in risorse umane,tanto se si tratta di convocare indiscriminatamente tutti i candidato che hanno inviato un cv per qualsiasi posizione, dovrei essere in grado. E nel frattempo medito di chiedere i danni morali e materiale al settore recruitement di questa grande multinazionale..e no, non mi metterò a studiare la partita doppia a 25 anni, finora sono sopravvissuta anche senza.
..

martedì 21 giugno 2011

Il cazzeggio è lecito?

Ogni tanto al lavoro capita di non avere niente da fare. 
A qualcuno capita più spesso, ad altri quasi mai; In alcuni lavori è la norma e per altri è un'eccezione, ma prima o poi a tutti è capitato di stare davanti al proprio monitor senza un'occupazione precisa. Il lavoro è pesante anche per questo: è una costrizione, che ci impedisce di disporre liberamente del nostro tempo, e del nostro spazio, anche quando non ci sono scadenze od urgenze. Certo, alcuni lavori sono più flessibili di altri. Chi deve timbrare il cartellino, chi si rapporta ad una clientela, chi ha dei turni, non potrà mai organizzare il proprio tempo e il proprio lavoro come meglio crede. Se si finiscono i propri incarichi in anticipo, se il capo non ci assegna nulla, se insomma non c'è niente da fare, ci si ritrova costretti a leggere il giornale, controllare la propria posta, pianificare le vacanze, fare scorrere il tempo fino all'agognata campanella di uscita. Proprio come al liceo.
Un lavoratore che si ritrovi in questa situazione, lo definireste un fannullone? Un addetto ad un ufficio informazioni, che non abbia nessun utente di fronte e che legge la gazzetta dello sport, sta rubando il suo stipendio? 
Insomma al lavoro, entro certi limiti ed in certe situazioni, è lecito e tollerabile cazzeggiare?
La questione si pone anche per lavori un po' più flessibili nell'orario. Chi ha la libertà di organizzare il proprio tempo e il proprio lavoro, senza il vincolo così rigido di un cartellino da timbrare, perchè si riduce, a volte, a cazzeggiare per far passare il tempo, senza più nulla da fare?
A volte in un ufficio, o in un gruppo di lavoro, sembra difficile essere il primo a staccarsi ed alzarsi dalla sedia, "denunciando" così di essere stanco, di non essere abbastanza dedito alla causa, o di non avere nulla da fare. Anche nei lavori con orari flessibili, l'uscita prima di un certo orario è mal tollerata o malvista, e così ci si riduce a navigare su internet, aspettando che un collega ceda per primo, scatenando il fuggi fuggi generale. Ma quanto sarebbe più intelligente, più produttivo e più logico dire, "oggi ho finito, vi saluto" ed andarsene a prescindere dall'ora? Perchè negli ambienti di lavoro in cui si ha un orario flessibile, alla fine si accetta la flessibilità solo quando questa comporta un ritardo nell'uscita?
In questo modo non si obbliga le persone a stare ferme sedute davanti ad uno schermo, senza nulla da fare, ogni tanto, e spingendole quindi al cazzeggio?
Mi autodenuncio: io al lavoro cazzeggio. O perlomeno è capitato, e credo che sia abbastanza normale, soprattutto all'inizio, non essere sempre oberata di consegne, quindi piuttosto che fissare uno schermo vuoto, mi faccio un po' i fatti miei, soprattutto visto che se uscissi dall'ufficio ad un orario decente (facendo comunque 8 ore al giorno) sarei guardata male.
Oggi però mi sono accorta che non sono l'unica, e che anche colleghi e superiori cazzeggiano, sempre con l'accortezza di avere una faccia assorta e super concentrata, ed apparentemente lavorativa, facendo passare i minuti, in attesa che arrivi un orario ritenuto accettabile per andarsene.. 
Siamo lavoratori fannulloni, o questa è un'altra contraddizione del mondo del lavoro?

mercoledì 15 giugno 2011

Io sono la peggiore Italia

Era scontato scrivere un post sull'allucinante dichiarazione del ministro Brunetta.


Era scontato ma lo faccio lo stesso, perchè non mi sembra il caso di tirarsi indietro. 
Forse basterebbe solo una riga per commentare, senza sprecarsi troppo. Forse basterebbe scrivere che è una vergogna e che chiediamo le sue dimissioni. Lo stanno già scrivendo e dicendo in tanti, ma non credo che lui si vergognerà nè si dimetterà. In fondo il suo capo ci ha abituato a questo e anche a peggio, e il caro Brunetta ha già imparato anche a ribattere, come il suo capo, "sono stato frainteso, è colpa dei giornalisti comunisti e oltretutto precari". 
E così la precarietà diventa anche una colpa, un simbolo di cattiveria e di meschinità, non più soltanto una sfiga o una condizione ineluttabile a cui cercare di resistere. Sei un precario e mi fai schifo. Sei precario, peggio per te, te lo meriti.
Oggi abbiamo quindi scoperto di essere l'Italia peggiore. Brunetta voleva insultarci, ma in fondo ha detto un po' di verità. Si, siamo l'Italia che ha le condizioni di lavoro peggiori. Siamo l'Italia con le prospettive di futuro peggiori. Siamo l'Italia con le peggiori sicurezze e certezze. Siamo l'Italia dei peggiori contratti e delle peggiori garanzie. Forse intendeva questo il signor Ministro?
E allora cosa dire di un governo e di un ministro che, davanti a tutto questo "peggio", non fanno niente, non propongono soluzioni, non si interessano e non mostrano neanche un minimo di rispetto, ma continuando a dichiarare, nonostante le batoste elettorali, che la priorità del paese è la riforma (distruzione) della giustizia? 
Chi ci ha portato a questo peggio??

domenica 12 giugno 2011

Facebook or not?

La vita dei giovani, e non solo, pare essere sempre più ancorata ai social network, Facebook in primis, causando anche una serie di ripercussioni, a volte molto serie, sull'ambito lavorativo.

I problemi con Facebook iniziano molto presto, già dalle selezioni degli aspiranti lavoratori, infatti, gli uffici risorse umane, soprattutto di grandi aziende, svolgono alcune ricerche preliminari su internet, ed, ovviamente sui social network. Ed è inutile indignarsi o sbandierare la nostra privacy, visto che si è scelto volontariamente di scrivere e mettere materiali, magari privati, on line, e quindi alla mercé di tutti.
è possibile evitare che il proprio futuro capo veda foto di sbronze, di vacanze, di goliardate post laurea, nonchè conosca tutti i nostri flirt, ragazzi, amici, gusti, ed orientamenti? 
Ci sono un po' di accorgimenti, primo di tutti controllare con attenzione le proprie impostazioni sulla privacy. Quanti sprovveduti credono che abbiano accesso ai contenuti del proprio profilo solo gli amici! Ebbene no, è necessario specificarlo nelle impostazioni! 
Il secondo accorgimento, che nel momento della ricerca del lavoro, anche io ho adottato, è quello di scegliersi uno pseudonimo o un soprannome, anche se ufficialmente Mr. Fb dichiara che ciò non sia possibile. 
Infine potrebbe essere una bella idea anche accettare fra i propri amici solo reali conoscenti e non svelarsi troppo online. Sembrerò paranoica, ma io ho cercato di fare tutti ciò, dal momento che non mi pareva carino presentarmi al primo colloquio con la nomea, di già, di sinistroide ubriacona! 
E tutti questi consigli potrebbero anche aiutarvi, non solo ad ottenere un lavoro, ma anche a difendervi da potenziali guardoni, maniaci ed ex ossessivi.
I problemi però non si fermano al momento della selezione. Una volta entrati in un nuovo ufficio, infatti, è necessario decidere che fare... aggiungere o accettare su Facebook i nuovi colleghi? 
Magari sono giovani e simpatici, magari facebook può essere uno strumento utile per sentirsi ed organizzare eventi aziendali, ma il mio consiglio è quello di rimanere saldi: respingere ogni contatto, quasi come se si trattasse di un contagio. Un solo collega aggiunto potrebbe infatti provocare la catastrofe: pian piano si verrebbe individuati da tutti, anche da quelli noiosi, competitivi, o antipatici, e prima o poi potrebbe succedere di dover diventare amici anche del proprio capo. Aggiungerne anche uno solo è l'inizio della fine: non cedete!
Avere su Facebook i colleghi, o peggio, il proprio capo, può infatti causare notevoli problemi, non soltanto un po' di imbarazzo per questa invasione della privacy. Aumentano ogni giorno i casi di contenziosi fra le aziende e i loro dipendenti che avevano sparlato del datore di lavoro sul social network e a volte questi contenziosi si sono conclusi con il licenziamento. 
Come se non bastasse è pericoloso anche usare facebook in ufficio, alcuni dipendenti di un comune in provincia di Forlì sono stati accusati di peculato perchè pare utilizzassero i pc del lavoro per aggiornare i propri profili.
Internet, che sembra essere sempre di più uno strumento indispensabile nella ricerca del lavoro, a volte può anche farcelo perdere. 
E se i miei colleghi ed il mio capo, nonostante le mie precauzioni, dovessero diventare mie amici su Facebook, sappiano che tutto ciò che scrivo su questo blog è di fantasia, e eventuali somiglianze a nomi, fatti o persone è puramente casuale! ;)