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giovedì 23 agosto 2012

Ricaricare il corpo o la mente?


Le ferie servono principalmente a riposarsi e a ricaricare le batterie per un nuovo ed intenso anno. Detta così siamo tutti d'accordo, ma cosa vuol dire per voi riposarsi? Di cosa avete bisogno per ricaricare le vostre batterie interiori? Le ferie sono un'occasione di svacco totale o un momento di iperattività? 
In altre parole in ferie ricaricate le batterie del corpo o della mente?
Le risposte a queste domande dipendono principalmente da due scuole di pensiero, da cui discendono due tipologie di ferie: quelle hotel-pensione completa-mare/montagna-lunghe dormite-svacco totale e quelle kilometri-strade macinate-città visitate-uscite-poche ore di sonno... la scelta dipende da voi e da cosa vi serve per staccare.
In fondo c'è chi si rilassa dormendo praticamente per terra, insieme agli insetti, svegliati dal caldo e dall'afa che si sviluppa sotto una tenda e cucinando in modo precario su un fornellino che impiega circa 45 minuti a far bollire un po' d'acqua per cuocere la pasta. Ebbene si, lo confesso, quest'anno mi sono rilassata in campeggio anche io - notare che ho scritto rilassata e non riposata!
1867 km percorsi in 10 giorni (secondo l'itinerario calcolato da google maps), 5 regioni attraversate (più una cena transfrontaliera nel Lazio), due montaggi di tenda ed una notte su un divano letto, tante spiagge visitate e decine e decine di tuffi, kili di taralli mangiati (non contiamo le bottiglie di Primitivo aperte e bevute), un unico cd ascoltato in macchina a ripetizione, tante nuove conoscenze, concerti, feste e taranta ad ogni sera, risvegli in una tenda trasformata in una serra ogni mattina, svariati assalti di formiche, scottature, arrossamenti e conseguenti spalmature di crema idratante, poche ore di sonno dormite... eppure siamo tornate a casa -quasi- fresche come due rose.
Abbiamo ricaricato le pile, staccato un po' dai casini di tutti i giorni e forse ora abbiamo la carica necessaria per affrontarne di nuovi. E come noi tantissime altre persone fanno vacanze un po' "scomode" o all'avventura, sacrificando comfort e comodità in favore di viaggi esotici o particolari, turismo o volontariato, rischiando però di affaticare il fisico.
Questa scelta dipende dalla nostra età? In fondo siamo giovani, il fisico dovrebbe reggere... concentriamoci sul divertimento finchè si può. 
Eppure non è sempre così. Conosco diciottenni che passano le proprie ferie e 100 km scarsi da casa propria in alberghi con pensione completa, senza mai cambiare spiaggia (e neanche ombrellone!) perchè giustamente vogliono solo riposarsi. E allo stesso modo conosco adulti che durante l'estate abbandonano tutto per dedicarsi a viaggi a piedi, in bicicletta, campi-avventura e carboni ardenti.
Quindi da cosa dipende questa scelta? Da cosa si fa durante l'anno normalmente? Dal proprio carattere e dalla propria indole? O dipende dalla compagnia con cui si va e dal budget di cui si dispone? o dipende tutto dal caso e non esiste nessuna teoria della serie "dimmi che ferie fai e ti dirò chi sei"?!?
Personalmente non so. Quest'anno è andata così, ma la mia grande pigrizia non mi impedirebbe di fare vacanze iper statiche e dedicate solo al sonno e al cibo. 
Forse in realtà la scelta migliore - ma non sempre possibile - è proprio quella di fare entrambi i tipi di vacanza. E allora si, so che alcuni mi odieranno, ma in realtà le mie ferie non sono ancora finite. Quindi farò proprio così... sono appena tornata dalle mie ferie rilassata e carica, ma con tantissimo sonno arretrato, e penso che userò quest'altra settimana in cui non lavoro come riposo per riprendermi dalle ferie... in fondo non sono più neanche così giovane, devo iniziare ad avere cura anche del mio fisico un po' acciaccato!

martedì 3 aprile 2012

Workaholism e altri malanni

Workaholism è la sindrome da dipendenza dal lavoro, ovvero il comportamento patologico, un vero e proprio disturbo ossessivo-compulsivo,  di una persona troppo dedita al lavoro e che pone in secondo piano la sua vita sociale e familiare sino a causare danni a se stessa, al coniuge, ai figli. 
Ogni tanto voi vi sentite così stakanovisti da sfociare nell'ossessione, nella malattia? Riuscite sempre a dare il giusto ordine di priorità a scadenze e impegni, nella vita lavorativa ma non solo? Quante volte avete rinunciato ad una serata piacevole per lavoro? Quante volte un'emergenza sul lavoro vi ha guastato un programma che pregustavate già da tempo??? (che poi, parliamone... quali sono le emergenze sul lavoro?una mia collega romana e romanesca diceva sempre.. emergenze, non siamo mica medici!)
Ogni tanto capita, così come ultimamente mi sta capitando di fare tardi in ufficio, di slavoricchiare di sera, di accendere il pc aziendale nel week end... il lavoro mi piace, mi sento responsabilizzata, e così un po' di extra time vien da sè! Mi sembra normale essere sempre a disposizione, far tardi la sera, mostrarmi sempre disponibile, come se fosse scontato che io debba lavorare anche da casa o in ferie... Tanto che ultimamente sono stata accusata di "essermi venduta al capitalismo...". Va bè, a parte le gag e le esagerazioni, ho iniziato a riflettere..
Perchè si finisce ad essere ossessionati dal lavoro? Perchè ci si riduce a mettere il lavoro prima di tutto? 
Per soldi (...lì c'è poco da riflettere -almeno per me, visto che non mi pagano gli straordinari!), per fare carriera, per senso del dovere, perchè non si sa dire di no? A volte è per materialismo, altre volte è per dimostrare le proprie capacità, o semplicemente perchè si prova piacere a fare il proprio lavoro.
Io non sono certamente un caso patologico, ma, ogni tanto, inizio a sentire quella soddisfazione interiore per il lavoro che sto facendo, che mi spinge a fare di più.. bello, una bella sensazione,un privilegio, anche se non vorrei farmi prendere dall'entusiasmo fino a finire dritta dritta nella dipendenza del 2000!
L'antidoto a questa dipendenza? Continuare ad essere attivi, avere milioni di impegni, far parte di ognii associazione vi si presenti di fronte, fare volontariato, partecipare ad assemblee, cineforum, incontri di lettura.
Lavorare tanto va bene. Mi sento disponibile e flessibile (almeno in questa fase della mia vita), fare tardi in ufficio quando proprio è necessario non mi spaventa, ma la cosa che temo di più è che la mia vita si trasformi solo ed esclusivamente nel mio lavoro.
No, questo non mi capiterà, c'è tutto un mondo ... fuori dal mio open space.

lunedì 31 ottobre 2011

La difficoltà di avere un sogno

Inseguire i propri sogni è sempre stato difficile. 
Ma nel 2011, per un giovane, magari per una donna, in Italia, lo è ancora di più. Siamo in una situazione così precaria e difficile che a volte, trovare un lavoro, anzi un lavoretto temporaneo, viene quasi vissuto come una sfiga. 
è un paradosso, eppure è così. è così perchè siamo una generazione sotto ricatto, perchè non abbiamo nessun potere di scelta, perchè siamo consapevoli della situazione tragica che ci circonda. In un contesto così è tutto più difficile, e tutti noi sappiamo che, un lavoro che avrebbe dovuto essere temporaneo, un lavoretto per pagarsi gli studi, o semplicemente un lavoro che non ci piace, rischia di diventare, per forza, il lavoro che faremo tutta la vita, perchè non abbiamo la possibilità di mollarlo, di continuare a cercare, perchè il ricatto della disoccupazione è troppo alto, perchè questa crisi ci ha tolto anche la voglia di coltivare i nostri sogni. 
E quindi, a volte, per rimanere aggrappati tenacemente a quello che si vorrebbe fare, a quello per cui si è studiato, si spera quasi di non trovare nient'altro, di non finire a fare un lavoro di ripiego che tarperebbe le nostre ali. è un paradosso, eppure chi, in questo momento, avrebbe il coraggio di fare una scelta così?da una parte la certezza di uno stipendio che ti fa andare avanti, che ti fa sentire grande ed autonomo, e dall'altra il niente, un sogno. Chi non si accontenterebbe? Chi non si sentirebbe male a rinunciare ad un lavoro sicuro? E chi, in fondo, non penserebbe di pentirsi poi, per tutto il resto della sua vita, di questa scelta obbligata? Davanti a dilemmi così a volte è più facile sperare di non dover fare una scelta, di non rimanere incastrati.
Siamo una generazione cresciuta a suon di film americani, tutti concentrati sull'essersi fatti da soli, sulle capacità di riniziare, di farsi una vita ed una carriera dal niente, bastava avere meriti e convinzione.
Ci è stato insegnato ad essere testardi, a scegliere una strada e a perseguirla. Ci è stato insegnato che tutti hanno le stesse possibilità, che anche l'operaio può avere il figlio dottore. I nostri cugini più grandi ce l'hanno fatta. Sono cresciuti nel nostro mondo, con i nostri stessi miti, i nostri stessi film e canzoni, i nostri stessi valori, ma sono entrati nel mondo del lavoro 5, 6, 7 anni prima di noi. Ere geologiche praticamente. Il loro merito è stato quello di essere nati prima. E loro ce l'hanno fatta. Vivono da soli, lavorano, hanno successo, hanno contratti che per noi sono un'utopia, hanno avuto la possibilità di costruire qualcosa.
Abbiamo visto alla ricerca della felicità, e pensavamo che fare un po' di lavoretti temporanei in attesa del raggiungimento del grande sogno, come fa Will Smith, fosse normale, anzi dimostrasse la nostra capacità di cavarcela. è ancora così? Non sono più sicura che sia così negli States, figuriamoci qui, dove anche nei tempi migliori non partivamo tutti con le stesse possibilità.
Ci hanno insegnato a sognare e ora bruscamente ci hanno svegliato. Ora non potete meravigliarvi se abbiamo paura di scegliere, se piuttosto che uccidere i nostri sogni con le nostre mani preferiremmo mettere la testa sotto il cuscino.
E quando ci si sveglia la mattina, e le notizie sono queste come si fa a non essere sempre più indecisi su che strada prendere?

lunedì 19 settembre 2011

Posso avere il pacchetto completo?

Si dice sempre che è difficile conciliare i tempi di lavoro e i tempi della vita privata, soprattutto per le donne. Pensavo che fosse vero, ma che fosse un problema prevalentemente di mamme e mogli, e invece mi rendo sempre più conto di quanto sia vero anche in altre età, e inizio a chiedermi come farò quando avrò una casa mia o una famiglia, se già adesso mi sembra di avere poche ore a disposizione.
In questo ultimo periodo ho riempito il mio monte-ore giornaliero con lavoro, nuovo, e impegni politici o legati al consiglio comunale, lavoro/volontariato nelle cucine della Festa dell'unità, che è stata come un secondo lavoro per più di tre settimane e quel minimo di impegni sociali necessari per non farsi rinnegare da amici e ragazzo. 
E dire che a Roma mi lamentavo di avere una vita legata solo al lavoro, senza nessun altro impegno o hobby! E dire che sono tornata a Bologna sostenendo che non avrei avuto problemi a lavorare 10 ore al giorno, un po' perchè ci ero abituata, un po' perchè pensavo che qua sarebbe stato più facile, nonostante gli orari duri in ufficio, continuare a mantenere i miei impegni, le mie passioni e la mia vita sociale. Bè ed in effetti credo che ci riuscirò, ma non mi rimarrà neanche un minuto libero!
E allora inizio ad interrogarmi...se dovessi anche fare la spesa, lavare, cucinare e stirare, anche solo per me, se vivessi sola, come farei? Sarei costretta a passare i miei week end fra lavatrici e stendini o dovrei per forza rinunciare a qualcosa? E' possibile avere il pacchetto completo lavoro+altre attività+vita sociale+famiglia, o come nelle offerte di Sky si deve rinunciare almeno a qualche canale?
In altre parole, come fanno le donne a fare tutto? Questo è un fenomeno che la scienza non è ancora riuscita a spiegare, eppure va avanti da secoli, e tutti ci si interrogano.

L'ultima riflessione sul tema viene dal film "Ma come fa a fare tutto?", commedia brillante con un'inusuale (per noi ragazze abituate a vederla single modaiola in Sex and the City) Sarah Jessica Parker mamma manager. Il trailer sembra divertente. E visto che non è la prima volta che in questo blog mi cimento con delle recensioni ( http://bloginfuga.blogspot.com/2011/04/ansia-da-prestazione.html ), prometto che al più presto arriverà anche questa...sempre che riesca a trovare una sera in cui farmi portare al cinema!

mercoledì 24 agosto 2011

Il potere delle radici

"le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove.."


Poco più di due anni fa, in un inizio agosto caldo come questo, i miei pensieri erano tutti rivolti alla mia imminente partenza per Bruxelles. Erasmus. 
Nelle mie giornate di ansia pre-partenza, un'amica mi scrisse questo sms, per spronarmi, rassicurarmi, caricarmi. Nonostante le mie saldissime radici a Zola Predosa, Bologna, era ora di partire e spostarmi un po'. In realtà avevo, in parte già iniziato, con un primo spostamento oltre Appennino, per frequentare l'università a Firenze, ma abbandonare il mio paese per l'estero, per quasi un anno, mi sembrava un'impresa grande e difficile. Come al 99,9% degli Erasmus, poi, andò tutto bene, meravigliosamente, e forse per caso, forse perchè mi ero ormai abituata, ho continuato, anche dopo, a fare un po' la trottola. Gli ultimi tre anni mi hanno vista così in diverse città e paesi, con nuove case e nuove stanze, insieme a coinquilini collaudatissimi e a perfetti sconosciuti, senza mai abbandonare il mio pendolarismo di fondo, per tornare alla mia base, con grande gioia di Ryanair e di Trenitalia. Firenze, Bruxelles, Firenze e poi Roma, senza mai dimenticare le mie radici, ben salde e profonde a Bologna. Come previsto dalla mia amica, nonostante le paure iniziali, le mie gambe si sono mosse e hanno camminato per un po' in strade diverse, da via Circondaria a rue du Trone, ma alla fine, anche loro, come me, volevano tornare a percorrere i cammini del passato. 
Le radici si sono fatte sentire e mi hanno richiamata indietro. Sarà perchè ormai mi sento grande e stanca della vita da fuorisede? sarà perchè voglio iniziare a trovare la MIA casa, e non più solo la mia stanza? sarà che la mia famiglia, il mio ragazzo e quasi tutti i miei amici sono qui a Bologna (e a questo punto spero che anche le loro gambe si fermino un po' su queste terre)? sarà che quando ero in giro per l'Italia e per il Mondo mi sentivo sempre così orgogliosa di appartenere a questa terra? 
E così alla fine le radici hanno avuto la meglio anche sul lavoro. Tenacemente mi hanno spinta a cercare, fare colloqui, presentare domande, per qualsiasi cosa, purchè a Bologna, e, alla fine, ce l'hanno fatta.
Avrò fatto bene ad ascoltare le mie radici, e forse un po' meno la mia razionalità, che mi diceva che il lavoro che avevo trovato a Roma era il meglio che potessi avere il questo momento?
Avrò fatto bene ad abbandonare il mio primo, prestigioso, lavoro - una Big Four, mica scherzi - per accettare la prima proposta minimamente all'altezza che ho ricevuto a Bologna, e forse non esattamente nel mio campo?
Fra un paio di settimane lo scoprirò, affronterò l'ennesimo primo giorno (dopo tanti primi giorni di scuola siamo passati all'era dei primi giorni di lavoro) e cercherò di capire se ho scelto bene. 
Nel frattempo la mia amica, che mi mandava sms rassicuranti per spronarmi a partire due anni fa, ora dovrebbe trovare adeguate citazioni che mi facciano capire di aver fatto la scelta giusta!

giovedì 23 giugno 2011

La partita doppia no!

I colloqui sono un po' come gli esami: ci si sente sotto giudizio, si teme il loro esito, si è in agitazione e si ha paura di non saper rispondere. 
Solitamente però i colloqui non sono così nozionistici, non si deve dare la risposta giusta ad un qualcosa su cui ci si può preparare, ma bisogna dare una buona impressione di sè e delle proprie potenzialità.
Era ciò su cui io contavo.. Ma non va sempre a finire così..
Per una persona estroversa, abituata a parlare in pubblico e con una buona proprietà di linguaggio ed anche un buon curriculum, come nel mio caso, non è così difficile superare un colloquio motivazionale. Ma una vera e propria interrogazione, come in sede d'esame è un'altra cosa!soprattutto quando si deve fare un test su argomenti MAI studiati.
E allora non c'è motivazione né parlantina che tenga. Carta canta, ed un test consegnato in bianco, purtroppo, canta parecchio.
Superato lo shock iniziale per la figuraccia e per la delusione mi faccio un po' di domande...
Visto che il responsabile delle risorse umane pare essere un mestiere molto in voga, mi chiedo, qual è il compito di chi ha questo ruolo, se non quello di selezionare curricula adeguati alle figure che si sta cercando?!?
E allora perché vengo chiamata io, povera laureata in scienze politiche, per una posizione da assistente revisore contabile?
Perché devo subire l'umiliazione di trovarmi di fronte ad un test di contabilità, quando dal mio curriculum è evidente che è una materia che non ho mai studiato??
Mi sa che inizierò a rispondere anche agli annunci in cui di cerca esperti in risorse umane,tanto se si tratta di convocare indiscriminatamente tutti i candidato che hanno inviato un cv per qualsiasi posizione, dovrei essere in grado. E nel frattempo medito di chiedere i danni morali e materiale al settore recruitement di questa grande multinazionale..e no, non mi metterò a studiare la partita doppia a 25 anni, finora sono sopravvissuta anche senza.
..

lunedì 30 maggio 2011

Io non lavoro

No, tranquilli, non sto parlando di me... anche se i giorni che mancano alla scadenza del mio contratto stanno, precipitosamente, calando. 
Parlo di un libro. Io non lavoro. Storie di italiani felici ed improduttivi. 

Ebbene si, in un periodo di disoccupazione ai massimi, c'è anche chi si è interrogato ed ha indagato le storie di quella piccola fetta di italiani che non lavorano, per scelta, e che hanno raggiunto la felicità in questo modo. Sembra strano, e probabilmente è un po' provocatorio, ma è un modo un po' alternativo per addentrarsi, ancora una volta, sul tema del lavoro nella nostra epoca. Ed in particolare sul rapporto fra lavoro e vita privata, e fra lavoro e realizzazione personale. Io, l'ho già detto e scritto, appartengo a quella categoria di persone che senza niente da fare si annoierebbe. Ho sempre pensato che in caso di improvvisa ricchezza mi sarei comunque ritagliata qualcosa da fare, qualcosa di molto poco stressante, molto naif, molto sociale, ma in fondo pur sempre una forma di lavoro...una fondazione, un'associazione, volontariato, comunque qualcosa in cui investire le mie energie e le mie risorse, non solo economiche, per trovare un campo in cui realizzarsi. Altri non la pensano così. Ed arrivano a paradossale, ma forse molto logico, ragionamento secondo il quale se non si ha voglia di lavorare, ci sono tante possibilità per vivere o sopravvivere, senza "rubare" un posto di lavoro ad altri, più motivati, più capaci o più bisognosi.
Il lavoro può anche essere alienante, e sicuramente non è facile trovare, soprattutto oggi, la carriera dei nostri sogni, e allora ci sono alcune possibilità che vale la pena di prendere in considerazione.
Va bè, lo spirito del libro non è proprio questo, il libro è in realtà un racconto-inchiesta sulla vita e le storie di persone che, per vari motivi, hanno fatto la scelta di non lavorare, e che vengono narrate in modo appassionato e sincero, ma senza giudizi o moralismi, da parte dei due autori. 
Ma dopo una piacevole serata di presentazione del libro, dopo un po' di chiacchiere, di aneddoti, e anche di riflessioni molto serie da parte di Serena, una degli autori, sono arrivata alla mia personale rilettura dell'opera. In effetti, riflettendo sopra queste storie, possono anche nascere spunti interessanti, e allora perché non provare a trarre un po' di insegnamenti pratici per aspiranti nullafacenti felici??
- possibilità numero 1: sei ricco di famiglia. ok, caso facile e molto lineare, puoi non lavorare e ne sei consapevole fin dalla nascita. La difficoltà sta nel convincere i genitori a mantenerti tutta la vita, ma pare che l'iscrizione all'Università prolungata fino ai 40 anni, possa essere un'utile scusa per ottenere paghette.
- possibilità numero 2: trovi un lui/una lei che ti mantenga. Anche questa è in effetti la storia più vecchia del mondo, ma pur sempre molto efficace. Non fate l'errore di innamorarvi della persona sbagliata però! Mi raccomando, non siate ingenui, la prima cosa da chiedere è la dichiarazione dei redditi.
- possibilità numero 3: il caso/il talento ti regalano una facile e remunerativa carriera che tu sfrutti solo fino a che non hai quel minimo che basta per avere un reddito per tutta la vita, e poi ti ritiri. Bellissima idea che però pare funzioni solo per chi lavora nel mondo dello spettacolo ed è un genio.
- possibilità numero 4: vendi la tua grande casa di famiglia, costruita con i soldi e lo sforzo di varie generazioni. Con il ricavato compri il monolocale più a buon mercato che c'è, una casa decente ma non esagerata ed un appartamento. Poi ci si cimenta al gioco degli incastri: mamma e papà saranno rinchiusi nel monolocale (come ringraziamento di aver investito su di te e sulla tua istruzione), tu ti terrai la casa decente e affitterai a prezzi esorbitanti e possibilmente in nero l'appartamento. Anni di esperienza consigliano di affittarlo a studenti fuori sede, per garantirti la massima resa e il minor sforzo possibile in manutenzioni. Ed ecco il tuo reddito. Una bella rendita ottenuta senza far niente. Rendita che probabilmente, almeno nel caso italiano, sarà almeno uguale allo stipendio a cui puoi aspirare con una carriera media.
Inutile dire che, nel mio caso, mi vedo costretta a scartare, per vari motivi, le prime tre opzioni e a buttarmi sulla quarta. Mi sono fatta i miei conti e direi che ce la potrei fare senza problemi. Genitori, tremate, tremate le nuove generazioni sono arrivate!

Sono storie assurde? Ok, sono consigli ironici e paradossali, anche se, forse, non così fuori luogo in Italia, paese che dovrebbe essere una Repubblica fondata sul lavoro, ma che non sempre lo è.
Per ora continuo a coltivare la speranza di trovare una carriera che mi piaccia e che mi permetta di esprimermi, ma chissà che, a lungo andare, questa lettura non si riveli più utile del previsto.
E nel frattempo vi consiglio di leggere il libro!

lunedì 23 maggio 2011

Il ricatto della precarietà

Tempo fa ci dicevano che la ricetta per la piena realizzazione degli individui nel lavoro, e quindi anche in tutta la loro vita, era la flessibilità, parolina magica in auge a partire dagli anni '90, che è stata declinata in mille modi diversi, ma che, almeno in Italia, sembra paurosamente coincidere sempre con precarietà.


Ci dicevano che, grazie alla flessibilità, era possibile cambiare la propria vita, seguire le proprie ispirazioni, rivoluzionare il proprio lavoro, anche a 50 anni. Ci dicevano che, grazie alla flessibilità, ognuno poteva costruirsi il proprio percorso e conciliare meglio la vita privata e quella lavorativa. Ci dicevano che la flessibilità sarebbe stata la soluzione per aumentare il tasso di attività e di occupazione delle donne, finalmente libere di "essere flessibili" e di riuscire ad unire "flessibilmente" i lavori di cura con il lavoro vero e proprio. Ci dicevano che la flessibilità avrebbe premiato il merito e punito i nullafacenti dal posto sicuro ed assicurato a vita. Ci dicevano che la flessibilità avrebbe ampliato la nostra libertà di scelta, di decidere della nostra vita e di essere meno schiavi del lavoro. Ci dicevano.
Ora si sentono in giro molti meno elogi della flessibilità, anche da parte di quelli che in Italia l'hanno sempre voluta e difesa. In effetti, anche loro, farebbero fatica a difendere la loro fallimentare creatura, che non è mai riuscita a diventare davvero una flessibilità matura e completa, sullo stile della flexicurity dei paesi del Nord, che, invece, coniuga flessibilità e sicurezza, grazie ad un avanzatissimo welfare state. Come potrebbero infatti negare l'evidenza della situazione italiana attuale? 2.000.000, solo fra i giovani, di NEET, ovvero Not in Education, Employment or Training, in parole più chiare, completi nullafacenti, numero che continua ad aumentare, rispetto agli anni precedenti. 
Ma è inutile riportare, ancora una volta, questi dati, che ci sono dolorosamente chiarissimi, e che per la mia generazione non sono più solo numeri, ma nomi, cognomi e storie di amici, colleghi, se non di noi stessi. La situazione la conosciamo tutti. E tutti i giorni speriamo che non tocchi a noi dare un volto a queste storie.
E quindi la flessibil-precarietà in Italia cosa ha portato?che libertà di scelta ci ha dato? Quale meriti ha premiato? Domande retoriche, a cui non è necessario dare risposte.
Alla fine dunque la flessibilità all'italiana ha negato proprio quelle cose che voleva garantire, in primis la libertà di poter scegliere con tranquillità il proprio percorso. In quest'epoca di desolazione e disoccupazione, infatti, è possibile mettersi in gioco, seguire le proprie aspirazioni, cambiare lavoro anche quando si ha la fortuna di averne uno? Se si trova un lavoro, bello o brutto che sia, non si è sotto ricatto, molto più di prima, a causa della paura di non poterne trovare un altro? Forse questa flessibilità ci sta spingendo a cercare, piuttosto, una grandissima staticità. Chi affronterebbe l'altissimo rischio di disoccupazione per inseguire la propria realizzazione lavorativa e personale oggi? In fondo mia nonna me lo diceva sempre "piuttosto che niente è meglio piuttosto", e proprio per questo la mia generazione è costretta, nel migliore dei casi, ad aggrapparsi al primo simil-lavoro capitato, anche a discapito di tutto il resto. Altro che libertà di scelta.

mercoledì 11 maggio 2011

Il lavoro dei sogni


AAA CERCASI COLLABORATORI!


visto che vengo accusata di non essere più una neolaureata alla ricerca di un lavoro, mi sono impegnata per trovare voci nuove e fresche, e più neolaureate di me, che potessero scrivere qui con me su questo blog.
Ecco la prima, neolaureata, giovane e brillante, proprio come me, nome in codice Vale. Piena di speranza per il suo futuro o già disillusa?Questo lo vedremo, ma intanto benvenuta sul blog!




Nel libro “Alta Fedeltà”, lo scrittore Nick Hornby fa stilare al suo protagonista – un trentacinquenne che gestisce un fatiscente negozio di dischi nella Londra degli anni ’90- la top-five dei lavori da sogno, ovvero quei mestieri giudicati stupendi ed irrealizzabili.
Dato che anche io sono una feticista delle classifiche, mi sono subito messa d’impegno per compilare la mia personale wishlist immaginando quali occupazioni mi avrebbero fatta balzare giù dal letto la mattina, piena di entusiasmo per la vita. Al primo posto, ovviamente, ho inserito il mestiere di cooperante in qualche progetto di sviluppo. Ovviamente, il fatto di aver trascorso gli ultimi cinque anni della mia vita a studiare questo settore ha influenzato la mia scelta. Ma è stato davvero solo questo? E, domanda ancora più interessante, perché immagino la possibilità di trovare lavoro nell’ambito dei miei studi come un’ eventualità così remota, come un “sogno” per l’appunto? Insomma, non ho messo al primo posto della mia top-five “fare la giornalista di Rolling Stones alla fine degli anni ‘60”, questa sì che sarebbe stata un’utopia! Ho solo espresso la legittima voglia di realizzarmi in quello che sono preparata a fare, dopo anni di studio e di sacrifici. Certo, non mi aspetto che il lavoro della mia vita mi piova addosso dal cielo. Bisogna essere flessibili, dinamici, aggiornati; occorre conoscere le lingue, fare stages, andare all’estero. Proprio per questo motivo, mentre compilavo il questionario Almalaurea nella sezione dei “Sei disposto a trasferirti/avere contratti a tempo determinato/lavorare in un settore che non è quello della tua formazione/ ecc “ ho barrato sempre sì. La realtà è che io, Noi (inteso come i giovani neolaureati), siamo più o meno disposti a tutto, animati dalla convinzione che “se saremo bravi e ci daremo da fare qualcuno ci noterà e magari un giorno avremo il nostro SuperLavoro”. Mentre scorazzavo in giro, appena tre giorni dopo essermi laureata, per portare il curriculum ( e badate bene, non solo nelle ONG e nelle aziende ma anche nei supermercati per fare la cassiera) mi è successo però quello che non ti aspetteresti mai, la manganellata sui denti. Non uno, ma quasi tutti i “possibili” datori di lavoro, scorrendo le mie qualifiche mi hanno detto: “Ah, lei è laureata?Ha anche la specializzazione? Uhm, le do un consiglio: se vuole trovare lavoro magari lo ometta”. Cosa?! Cos’è che devo omettere? Dovrei cestinare cinque anni di studio e di sforzi? E adesso chi glielo dice ai miei genitori, tanto fieri della loro prima laureata in famiglia?
Da qui potrei partire con una riflessione sulle falle del sistema universitario, concepito come una fabbrica di laureati. Oppure potrei inveire contro il mercato del lavoro italiano, troppo antico per recepire le nuove figure professionali. E già che ci sono, gettarmi a capofitto nel tema evergreen della corruzione, dei concorsi taroccati dove vincono sempre gli amici di qualcuno. Potrei fare tutto questo ma non ne ho l’intenzione. Ho 24 anni, sono piena di energie e di entusiasmo per la vita. Sono produttiva, creativa, lucida ed intuitiva come forse non sarò mai più per tutto il resto della mia vita professionale. Se qualcuno lo noterà, bene. Altrimenti ci sarà la fuga verso quei paesi che ancora sanno investire sui giovani. E se alla fine non riuscirò a realizzarmi come vorrei, il lavoro del cooperante nel primo posto della mia top-five verrà sostituito da quello di giornalista musicale negli anni ’60. Perlomeno è sanamente utopico, perlomeno potrei immaginarmi come sarebbe stato intervistare i Doors!

venerdì 25 marzo 2011

Il lavoro nobilita l’uomo (?)

Il lavoro non serve solo a guadagnarsi il pane, ma, si dice spesso, serve a realizzare l'uomo,  a nobilitarlo, a gratificarlo, a dare un senso ad una vita. Io ci credo. Ho sempre pensato che se dovessi mai vincere al superenalotto, mi cercherei comunque un lavoro. Magari part time, sicuramente con la sicurezza di poterlo lasciare quando voglio, ma comunque vorrei lavorare. Per realizzarmi, appunto. Per fare qualcosa che mi piace, impegnarmici e avere delle soddisfazioni. 
Certo, quando non si è miliardari però, tutto si complica.
Si hanno meno possibilità di scelta, ci si deve accontentare ed adattare, e, forse, si perde di vista l'obiettivo di un lavoro soddisfacente, in cambio di un lavoro unicamente redditizio.
Infatti pare che un lavoratore su quattro in Europa sia insoddisfatto del proprio lavoro (e io pensavo fossero pure di più!). Come al solito le cose sono molto diverse da paese a paese, e, come al solito, le cose sono molto migliori al Nord: Danimarca, Finlandia, Austria, Germania e Slovacchia sono i paesi con la percentuale di intervistati più soddisfatta della propria situazione lavorativa. In Italia invece siamo superiori alla media europea di insoddisfazione, con il 27% dei lavoratori che ritengono di non avere una posizione coerente e consona con i loro studi, la loro formazione e con i loro desideri.
E come sempre, purtroppo, la situazione è molto eterogenea anche in base alle diverse generazioni, con i più giovani che sono molto più insoddisfatti della loro situazione lavorativa.
Ma alla fine di questa analisi, a cosa serve il lavoro?
Davvero è uno strumento di realizzazione dell'uomo?forse non sarebbe meglio trovare altri momenti di realizzazione?
Mai come in questi primi giorni di esperienza lavorativa sono stata così indecisa sulla mia visione della vita, e quindi anche del lavoro.
Vedo tutti i giorni persone (o visto che sono solo una stagista, potrei definirli semi-colleghi) che hanno consacrato, o così mi pare, la loro vita, o questa loro fase di vita, al lavoro. Escono tardi dall'ufficio, lavorano anche la sera a casa, se ci sono scadenze si fermano al lavoro fino a notte. Come saranno le loro vite?piene di soddisfazioni, di ambizioni, di successi. Anche io voglio essere così.
Poi il pendolo si sposta, e io vedo anche l'altra prospettiva. Arrivi a casa tardi e consumi tutto il tuo tempo lavorando, sei stressato, e sei a casa solo per dormire. é possibile in questo modo avere altri interessi, mantenere gli amici e le relazioni, avere una vita sociale?
Non so cosa voglio. O meglio, come al solito vorrei tutto, vorrei poter fare tutto e non rinunciare a niente. 
Voglio la botte piena e la moglie ubriaca. Voglio il lavoro esaltante e la vita sociale ricca. Almeno a 25 anni posso provarci?