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mercoledì 15 giugno 2011

Io sono la peggiore Italia

Era scontato scrivere un post sull'allucinante dichiarazione del ministro Brunetta.


Era scontato ma lo faccio lo stesso, perchè non mi sembra il caso di tirarsi indietro. 
Forse basterebbe solo una riga per commentare, senza sprecarsi troppo. Forse basterebbe scrivere che è una vergogna e che chiediamo le sue dimissioni. Lo stanno già scrivendo e dicendo in tanti, ma non credo che lui si vergognerà nè si dimetterà. In fondo il suo capo ci ha abituato a questo e anche a peggio, e il caro Brunetta ha già imparato anche a ribattere, come il suo capo, "sono stato frainteso, è colpa dei giornalisti comunisti e oltretutto precari". 
E così la precarietà diventa anche una colpa, un simbolo di cattiveria e di meschinità, non più soltanto una sfiga o una condizione ineluttabile a cui cercare di resistere. Sei un precario e mi fai schifo. Sei precario, peggio per te, te lo meriti.
Oggi abbiamo quindi scoperto di essere l'Italia peggiore. Brunetta voleva insultarci, ma in fondo ha detto un po' di verità. Si, siamo l'Italia che ha le condizioni di lavoro peggiori. Siamo l'Italia con le prospettive di futuro peggiori. Siamo l'Italia con le peggiori sicurezze e certezze. Siamo l'Italia dei peggiori contratti e delle peggiori garanzie. Forse intendeva questo il signor Ministro?
E allora cosa dire di un governo e di un ministro che, davanti a tutto questo "peggio", non fanno niente, non propongono soluzioni, non si interessano e non mostrano neanche un minimo di rispetto, ma continuando a dichiarare, nonostante le batoste elettorali, che la priorità del paese è la riforma (distruzione) della giustizia? 
Chi ci ha portato a questo peggio??

lunedì 23 maggio 2011

Il ricatto della precarietà

Tempo fa ci dicevano che la ricetta per la piena realizzazione degli individui nel lavoro, e quindi anche in tutta la loro vita, era la flessibilità, parolina magica in auge a partire dagli anni '90, che è stata declinata in mille modi diversi, ma che, almeno in Italia, sembra paurosamente coincidere sempre con precarietà.


Ci dicevano che, grazie alla flessibilità, era possibile cambiare la propria vita, seguire le proprie ispirazioni, rivoluzionare il proprio lavoro, anche a 50 anni. Ci dicevano che, grazie alla flessibilità, ognuno poteva costruirsi il proprio percorso e conciliare meglio la vita privata e quella lavorativa. Ci dicevano che la flessibilità sarebbe stata la soluzione per aumentare il tasso di attività e di occupazione delle donne, finalmente libere di "essere flessibili" e di riuscire ad unire "flessibilmente" i lavori di cura con il lavoro vero e proprio. Ci dicevano che la flessibilità avrebbe premiato il merito e punito i nullafacenti dal posto sicuro ed assicurato a vita. Ci dicevano che la flessibilità avrebbe ampliato la nostra libertà di scelta, di decidere della nostra vita e di essere meno schiavi del lavoro. Ci dicevano.
Ora si sentono in giro molti meno elogi della flessibilità, anche da parte di quelli che in Italia l'hanno sempre voluta e difesa. In effetti, anche loro, farebbero fatica a difendere la loro fallimentare creatura, che non è mai riuscita a diventare davvero una flessibilità matura e completa, sullo stile della flexicurity dei paesi del Nord, che, invece, coniuga flessibilità e sicurezza, grazie ad un avanzatissimo welfare state. Come potrebbero infatti negare l'evidenza della situazione italiana attuale? 2.000.000, solo fra i giovani, di NEET, ovvero Not in Education, Employment or Training, in parole più chiare, completi nullafacenti, numero che continua ad aumentare, rispetto agli anni precedenti. 
Ma è inutile riportare, ancora una volta, questi dati, che ci sono dolorosamente chiarissimi, e che per la mia generazione non sono più solo numeri, ma nomi, cognomi e storie di amici, colleghi, se non di noi stessi. La situazione la conosciamo tutti. E tutti i giorni speriamo che non tocchi a noi dare un volto a queste storie.
E quindi la flessibil-precarietà in Italia cosa ha portato?che libertà di scelta ci ha dato? Quale meriti ha premiato? Domande retoriche, a cui non è necessario dare risposte.
Alla fine dunque la flessibilità all'italiana ha negato proprio quelle cose che voleva garantire, in primis la libertà di poter scegliere con tranquillità il proprio percorso. In quest'epoca di desolazione e disoccupazione, infatti, è possibile mettersi in gioco, seguire le proprie aspirazioni, cambiare lavoro anche quando si ha la fortuna di averne uno? Se si trova un lavoro, bello o brutto che sia, non si è sotto ricatto, molto più di prima, a causa della paura di non poterne trovare un altro? Forse questa flessibilità ci sta spingendo a cercare, piuttosto, una grandissima staticità. Chi affronterebbe l'altissimo rischio di disoccupazione per inseguire la propria realizzazione lavorativa e personale oggi? In fondo mia nonna me lo diceva sempre "piuttosto che niente è meglio piuttosto", e proprio per questo la mia generazione è costretta, nel migliore dei casi, ad aggrapparsi al primo simil-lavoro capitato, anche a discapito di tutto il resto. Altro che libertà di scelta.

martedì 10 maggio 2011

Fra la noia e il superlavoro...c'è lo stage

Gli stage - e forse anche i lavori- sono di due tipi. 
Il primo tipo potrebbe essere definito stage inutile, cioè uno stage in cui la cosa più eccitante e formativa che si fa è un po' di fotocopie, magari in formati particolari. Questi tipi di stage sono praticamente sempre non retribuiti ed organizzati dalle Università, cioè servono solo a perdere tempo e a guadagnare un po' di crediti. Al massimo possono essere inseriti nel curriculum, sperando che facciano un po' mostra di sé, ma ci si deve poi inventare da zero le mansioni svolte e le cose imparate. La cosa più difficile di questi stage è far passare il tempo. Facebook, sempre che non sia bloccato nei computer del lavoro, è il miglior amico dello stagista annoiato, che in alcuni momenti preferirebbe essere sfruttato come cameriere-portaborse-tutto fare, e rendersi un po' utile, piuttosto che essere considerato come un soprammobile, che si è deciso di mettersi in ufficio solo per mantenere buoni rapporti con l'Università. Io ho provato questo tipo di stage, e per fortuna c'era il bar aziendale ed un po' di altri colleghi stagisti con cui prendere decine e decine di caffè al giorno. Questo stage non mi è servito assolutamente a nulla, ma dovevo farlo per forza, ed era davvero frustrante passare le giornate su internet e alla disperata ricerca di passatempi, soprattutto perchè avrebbe potuto davvero essere una bella occasione, ed io ero motivata, entusiasta e felice di darmi da fare. Sono stata una risorsa sprecata.
All'altro estremo c'è l'altra tipologia di stage, che può essere definito stage schiavitù, riconoscibile dal fatto che i poveri stagisti non alzano un minuto gli occhi dai computer e che fanno orari di lavoro da sfruttamento. Anche questo tipo di stage ha i suoi pregi e i suoi difetti, infatti, se da un lato la fatica è enorme, almeno, lavorare così tanto, inevitabilmente porta ad imparare, con la speranza di avere un rinnovo di contratto, o di diventare un po' più "appetibili" sul mercato del lavoro. Eppure anche l'ansia di non essere all'altezza, di avere troppe responsabilità fin dall'inizio, la paura continua di sbagliare può rendere uno stage interessante molto stressante.
Come al solito la nostra generazione è costretta da un estremo all'altro, non ha mezze misure, nè sfumature e vie di mezzo, e si dibatte impotente fra noia e schiavitù. 
Voi che preferireste?

lunedì 11 aprile 2011

Il nostro tempo (sarebbe) è adesso.

Sabato 9 aprile: Roma, Bologna, Firenze, Milano, Torino, ma anche Bruxelles, e chissà dove ancora. 
Il nostro tempo è adesso. (o almeno lo vorremmo). La vita non aspetta.

La prima manifestazione generazionale, non soltanto per i suoi partecipanti, ma anche per il tema per cui è stata indetta: la condizione giovanile in Italia, la precarietà, il futuro inesistente, le scarse possibilità, le prospettive grigie a meno di non trasferirsi. 
Nei giorni prima e dopo la manifestazione abbiamo letto i tanti racconti di laureati brillanti senza un lavoro, o con lavori inadatti alle loro potenzialità e ai loro studi. Vite spezzettate fatte di lavori saltuari e come unica salvezza la rete di protezione della famiglia (ah la mamma è sempre la mamma, anche a 40 anni e con due lauree ed un master..). Storie tutte uguali, ripetitive e per questo ancora più terribili nel loro essere diventate ormai quasi una routine.
Che angoscia. Non tanto per me, o per chi vive queste situazioni, ma per tutto il nostro paese. 
Non vi viene il magone a leggere queste storie? Sono storie che parlano di un paese fallito, che non da sogni, non da speranze, che non permette di realizzarsi. Non vi vergognate a leggere queste storie di frustrazione e di negazione dello studio e del merito?Non vi sentite male a pensare che stiamo parlando del nostro paese? 
io si. io mi sento male, mi vergogno e ho il groppo in gola. 
Per me, per i miei amici, per mio fratello che è ancora più piccolo di me e chissà che mondo si troverà di fronte.
Come è possibile negare così, e soprattutto non fare niente per impedirlo, la realizzazione di un'intera generazione?Una generazione che ha studiato, che rispetto alle precedenti ha, forse, più strumenti, ha più consapevolezze, è più abituata ad essere autonoma, a fare esperienze all'estero, a viaggiare, a imparare le lingue. E come si fa a non capire che questo declino generazionale corrisponde ad un declino del nostro paese? 
Le responsabilità sono tutte degli altri? (dei grandi, del governo, dei nostri genitori...)
o siamo anche noi un po' bamboccioni?Non so. Io credo che la mia generazione abbia gli strumenti, abbia grandi potenzialità e anche grandi consapevolezze, ma forse ci siamo un po' piegati o forse la minaccia di non avere un futuro ci impedisce di lottare fino in fondo, tutti troppo presi a fare il proprio Co.Co.Pro.
Io però mi aspettavo folle oceaniche in piazza sabato, e invece non ci sono state. è anche colpa nostra?
o abbiamo perso la speranza di cambiare il nostro futuro e il nostro paese? e se anche i giovani non hanno più prospettive e non hanno più voglia di lottare per migliorare le cose, chi la cambierà questa nostra povera Italia?