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giovedì 11 aprile 2013

Salto nel vuoto

"Guardi nel vuoto che verrà, 
cerchi tra fretta e ambiguità,
quanto coraggio ancora c'è
quanto si chiama vivere..."

                 Salto nel vuoto, Subsonica 
               
                                 
Come dicono i grandissimi Subsonica, ogni tanto guardi davanti a te e capisci che c'è un salto nel vuoto da fare, e che ci vuole un po' di coraggio (o magari una  piccola spinta..).

E a quel punto o ci si lascia andare e si salta o può essere che ci si faccia un po' male.
Lavoro, studio, politica, relazioni, in tantissimi ambiti mi è capitato ogni tanto di dovermi lanciare e il più delle volte sono atterrata in piedi senza danni, mentre altre un po' più stravolta. 
Sono coraggiosa? Salto volentieri? Mi butto io, di mia spontanea iniziativa?
No, No e No.
Altro che saltare, io sono una che ha bisogno di un po' di tempo, di rassicurazioni e di incoraggiamenti per lanciarsi.. poi magari salto e salto pure in alto, ma da sola salterei mai?
No so... certo che faccio fatica pure a tuffarmi dagli scogli al mare, valutate voi il mio grado di coraggio!

E sul mondo del lavoro? Se si vuole progredire un po' bisogna sicuramente imparare a saltare, quindi come fare?
Forse avrei potuto lanciarmi prima, forse avrei potuto essere più propositiva e propormi per nuove attività, ma non è proprio la mia indole, eppure ora mi tocca saltare lo stesso..
Si perchè stanno arrivando un po' di spinte, prima sotto forma di incitamenti e piccoli suggerimenti, e poi le spinte sono diventate sempre più decise. Mi stanno lanciando e io devo proprio saltare ora.
E così mi sono ritrovata improvvisamente a dover andare un po' oltre i miei soliti compiti, quelli su cui ormai, dopo due anni, mi sento sicura e brava, per affrontare nuovi scogli. E visto che quando si è in ballo bisogna ballare, improvvisamente mi sono ritrovata con tantissimi compiti in più, tutti nuovi e "sfidanti" (come si dice in consulentese) e tutti in una volta.
Panico Paura.
Sarò pronta? Farò cazzate? Sarò all'altezza? Riuscirò mai a ritrovare la padronanza e la sicurezza che sentivo prima? Mi sento un po' stravolta e nella mia testa mi immagino tutti gli scenari possibili, da grandi successi a grandissime delusioni.
Eppure probabilmente per crescere bisogna osare e cercare di superarsi, no? 
Sbagliando si impara, giusto?
Tutti sono stati inesperti, è chiaro.
E non si nasce imparati, no?
Questi sono i miei nuovi mantra, le frasi che mi ripeto quando mi prendono un po' degli attacchi di panico... In fondo le miei piccole sfide quotidiane le ho quasi sempre vinte, perchè ora dovrebbe essere diverso?
OK, salto.

Vi racconterò presto il mio atterraggio...

lunedì 21 maggio 2012

Work must go on

Oggi è lunedì e il lunedì si va a lavorare, magari un po' più svogliati del solito a causa del "contraccolpo da week end", ma ci si alza dal letto, si contano mentalmente i giorni che mancano al venerdì, ci si fa coraggio e dopo un caffè si torna in ufficio, pronti ad affrontare la settimana. 
Questo invece è stato uno strano lunedì, molto più del solito, dopo una settimana chiusa in casa per influenza, dopo le brutte e pazzesche notizie di sabato, dopo una sveglia improvvisa alle 4 di domenica notte a causa del terremoto. Il terremoto, si, quello che in Pianura Padana non fa paura perchè non è una zona molto sismica, quello che abbiamo visto tante volte in tv, quello a cui pensi subito quando senti i nomi L'Aquila o Irpinia. Improvvisamente anche qui in Emilia-Romagna, a pochissimi passi da casa mia. Alcune morti, danni, distruzione, monumenti in frantumi e tantissimi sfollati che in un istante hanno perso tutto, o tanto. Dopo un week end così, oltretutto seguito da un lunedì grigio e piovoso, come si fa a far finta di niente e ad andare a lavorare?  Il lavoro è bello, è importante e sempre di più mi rendo conto di quanto io sia un privilegiata ad averlo, rispetto ai disoccupati, rispetto a chi ha smesso di cercare, rispetto a chi oggi non c'è potuto andare perchè il suo ufficio era inagibile o distrutto. Lo so, e davanti a queste cose non si dice sempre che la vita va avanti? 
Certo. La vita va avanti, la tempra degli emiliano romagnoli (e anche degli abruzzesi, al contrario di quello che dice Sgarbi) è forte, generosa e resistente. Non ho dubbi che pian piano si tornerà alla normalità, che le case e i campanili saranno ricostruiti, che le persone supereranno questo dramma e riprenderanno con la loro vita. Ma in questi momenti è giusto fermarsi? In questi momenti è giusto fermarsi non solo a riflettere, ma soprattutto per mettersi a disposizione e dare una mano dove c'è bisogno. Me lo chiedevo mentre ero oggi in ufficio, seduta comodamente alla mia scrivania, concentrata ad affrontare fantomatiche emergenze di progetto, che in confronto alle vere emergenze non sono davvero niente. è morale fare finta di niente ed andare a lavorare in una settimana così? Certo non potremmo fermare tutte le imprese del mondo dopo ogni sciagura, ma in questo caso sto parlando di una tragedia che è avvenuta a pochi kilometri da qui. E non parlo di fermarsi per riflettere, o per chiudersi in casa pensando a quanto male c'è al mondo, sto parlando di non andare in ufficio, ma di mettersi una tuta da lavoro ed andare ad aiutare, facendo qualsiasi cosa di cui ci sia bisogno.
Solidarietà non è questo? Noi emiliano romagnoli non siamo sempre orgogliosi del nostro modello di società, della nostra coesione sociale, della nostra capacità di pensare agli altri? E quindi? Domani si lavora come niente fosse o si va nella bassa per mettersi a disposizione?? Lo so, non dipende -solo- da me, solo da noi, perchè lavorare significa avere vincoli, impegni, responsabilità da rispettare, ma forse prima di entrare in ufficio dovremmo pensarci un po' di più a cosa sarebbe giusto fare, a quali sono le vere emergenze, alle scadenze davvero improrogabili... e poi se pensate che dare una mano sia importante ma che non si possa rimandare il lavoro, ci sono sempre i week end.

martedì 3 aprile 2012

Workaholism e altri malanni

Workaholism è la sindrome da dipendenza dal lavoro, ovvero il comportamento patologico, un vero e proprio disturbo ossessivo-compulsivo,  di una persona troppo dedita al lavoro e che pone in secondo piano la sua vita sociale e familiare sino a causare danni a se stessa, al coniuge, ai figli. 
Ogni tanto voi vi sentite così stakanovisti da sfociare nell'ossessione, nella malattia? Riuscite sempre a dare il giusto ordine di priorità a scadenze e impegni, nella vita lavorativa ma non solo? Quante volte avete rinunciato ad una serata piacevole per lavoro? Quante volte un'emergenza sul lavoro vi ha guastato un programma che pregustavate già da tempo??? (che poi, parliamone... quali sono le emergenze sul lavoro?una mia collega romana e romanesca diceva sempre.. emergenze, non siamo mica medici!)
Ogni tanto capita, così come ultimamente mi sta capitando di fare tardi in ufficio, di slavoricchiare di sera, di accendere il pc aziendale nel week end... il lavoro mi piace, mi sento responsabilizzata, e così un po' di extra time vien da sè! Mi sembra normale essere sempre a disposizione, far tardi la sera, mostrarmi sempre disponibile, come se fosse scontato che io debba lavorare anche da casa o in ferie... Tanto che ultimamente sono stata accusata di "essermi venduta al capitalismo...". Va bè, a parte le gag e le esagerazioni, ho iniziato a riflettere..
Perchè si finisce ad essere ossessionati dal lavoro? Perchè ci si riduce a mettere il lavoro prima di tutto? 
Per soldi (...lì c'è poco da riflettere -almeno per me, visto che non mi pagano gli straordinari!), per fare carriera, per senso del dovere, perchè non si sa dire di no? A volte è per materialismo, altre volte è per dimostrare le proprie capacità, o semplicemente perchè si prova piacere a fare il proprio lavoro.
Io non sono certamente un caso patologico, ma, ogni tanto, inizio a sentire quella soddisfazione interiore per il lavoro che sto facendo, che mi spinge a fare di più.. bello, una bella sensazione,un privilegio, anche se non vorrei farmi prendere dall'entusiasmo fino a finire dritta dritta nella dipendenza del 2000!
L'antidoto a questa dipendenza? Continuare ad essere attivi, avere milioni di impegni, far parte di ognii associazione vi si presenti di fronte, fare volontariato, partecipare ad assemblee, cineforum, incontri di lettura.
Lavorare tanto va bene. Mi sento disponibile e flessibile (almeno in questa fase della mia vita), fare tardi in ufficio quando proprio è necessario non mi spaventa, ma la cosa che temo di più è che la mia vita si trasformi solo ed esclusivamente nel mio lavoro.
No, questo non mi capiterà, c'è tutto un mondo ... fuori dal mio open space.

domenica 26 febbraio 2012

Feedback o non feedback

Uno dei grandi temi ricorrenti che sento spesso al lavoro, e che inizialmente pensavo facessero un po' parte del gergo consulenziale è quello delll'importanza dei feedback. 
In tutte le discussioni si sente sempre ripetere "vorrei un feedback", "ho bisogno di un feedback" "è importante avere feedback", "mi ha dato/non mi ha dato feedback"...
Onestamente pensavo fosse un po' un modo per darsi un tono, tutto questo parlare di feedback. Un po' come quando diciamo project management, o asap, o fyi o sal ecc ecc ecc... 
Eppure, in questo caso, l'esperienza mi sta insegnando quanto sia davvero importante ricevere feedback, soprattutto sul lavoro. 
Vi avevo raccontato dell'ansia da valutazione di fronte alla mia prima "pagella lavorativa", ansia che si è però trasformata in una grande soddisfazione nel vedere i miei voti per questi primi mesi di lavoro del 2011. Ed al di là della soddisfazione e della felicità di ricevere il mio primo -piccolo- aumento grazie alla mia valutazione positiva, mi sono resa conto di quanto sia importante avere dei momenti in cui ci si guarda in faccia e ci si dice cosa si fa bene o dove si può migliorare. 
Certo, non sarà sempre tutto rosa e fiori. Forse ora sono così entusiasta perchè il mio feedback è stato positivo, se avessi sentito cose spiacevoli e soprattutto se avessi sentito giudizi secondo me immeritati o non condivisibili, come l'avrei presa? Quando si inizierà a parlare di aumenti -seri- o di promozioni, quando capiterà che il collega venga promosso prima di te, nonostante secondo te non lo meriti, quando ci saranno dissapori con chi ti fa la valutazione, anche allora penserò che ricevere dei feedback sia così importante?
Non lo so. Vedremo. 
Per ora penso che sia un'abitudine positiva e che può portare miglioramenti e crescita, soprattutto per chi ha da poco iniziato a lavorare, e, al contrario, ho già provato la frustrazione di non ricevere nessun feedback per alcuni lavori consegnati. 
Capita di finire un lavoro, magari di fretta perchè urgente, di metterci impegno ed idee, di fare tardi per perfezionare tutto, e poi di consegnarlo con soddisfazione, iniziando ad aspettare il momento in cui ti diranno "tutto ok, bel lavoro giulia!" oppure "così non va, devi fare correzioni"... Però a volte questo momento non arriva mai. 
A volte si sta in ufficio fino a tardi per avere un segnale, per ricevere eventuali correzioni da fare e per poterle fare subito, e poi non arriva nessuna comunicazione. Si sta lì in attesa e a parte la scocciatura, a parte lo stress, la cosa peggiore è che non saprò mai se quell'idea mia, quella frase che ho aggiunto al documento, quel grafico che ho fatto anche se il capo non me l'aveva chiesto sono stati apprezzati o se era tutto una cavolata. 
E allora si, anche io sto iniziando a dire "ah, quanto è importante avere i feedback!".
Sto forse diventando una vera consulente????

sabato 3 dicembre 2011

Notte prima degli esami


Vi ricordate quelle serate estive lunghe, interminabili, subito prima dell'inizio delle vacanze,con l'ansia che dava quella continua sensazione di fastidio allo stomaco,con il classico caldo afoso bolognese che non dava tregua ed i pensieri tutti concentrati sull'ultimo sforzo:ultimi giorni di scuola, ultime interrogazioni, ultimi voti da conquistare per la media, la pagella e poi via,finalmente le vacanze!
Oppure quei giorni lunghi eterni, prima di un esame, magari uno di quelli estivi, uno degli ultimi, quando si è ormai stremati dall'anno appena trascorso, quando si vorrebbe solo finire, quando la stanchezza ci fa dire "qualsiasi voto purchè passi,purchè non debba più riaprire questi libri!"
Va bè...sto un po' esagerando, non sono mai stata così ansiosa, non per i voti o gli esami, non ho mai avuto problemi di voti o di esami, ma l'ansia non dipende, solo, da quello. L'ansia, un po' c'è, sempre e comunque. In fondo non è cosi piacevole essere giudicati, no? Avete presente la sensazione di attesa, di ansia per un giudizio che dovete ricevere...
Ecco non finisce tutto con l'università!i giudizi ci sono anche nel lavoro, come dappertutto, ma non mi aspettavo che a dicembre del mio primo anni di lavoro avrei ricevuto la pagella!
Si, non un giudizio così, informale, ma una vera e propria pagella fatta dalla responsabile del progetto a cui lavoro, e non solo per i neoassunti come me, ma per tutti!
Si chiama scheda di feedback e non pagella, ma il concetto è quello,e da questa scheda dipendono promozioni e aumenti...un vero sistema meritocratico - almeno in apparenza, poi si vedrà. E come al solito un po' di ansia c'è. Sono andata bene, lo so, ma cosa avrei ootuto fare di più, cosa si sarebbero aspettati di più da me, quali avranno individuato come miei punti di debolezza??
E come per qualsiasi fine quadrimestre che si rispetti, mi ritrovo ora a lavorare di più, a fare tardi per finire le cose, a non poter sbagliare nulla, in fondo ho sempre avuto la media dell'8, non vorrei rovinarmi la media proprio ora!

domenica 2 ottobre 2011

Tempo di trasferte

Dopo il mio ultimo trasloco in treno (vi ricordate la mia valigia da 50 kg su e giù dal treno?) pensavo, e speravo, che non sarei più salita su un treno per un bel po' di tempo, e invece al lavoro è iniziato il tempo delle trasferte. E così, anche se lavoro nella mia città, il mio destino continua ad essere quello di prendere un treno almeno un paio di volte a settimana, per grande gioia di Trenitalia. 
Anche se, ora che prendo il treno per lavoro, è un po' meglio. Mi pagano la trasferta e mi rimborsano il biglietto, certo, è faticoso lo stesso, ma alla sera sono di nuovo a casa. 
Ma a parte questo, viaggiare per lavoro o viaggiare autonomamente è uguale? 
Ho iniziato a chiedermelo e a farmi un po' di domande. Ci avete mai riflettuto? Tipo, se sono in trasferta, quando inizia il mio orario di lavoro? Durante gli spostamenti, in treno in questo caso, è come se fossi in ufficio o è come se fossi in macchina per andare in ufficio? A prima vista non sembrano domande interessanti, eppure per una come me, che è stata abituata a viaggiare sempre e solo con cibarie, lettore mp3 e libri al seguito, sono temi importanti. In treno, se ci vado per lavoro, posso leggere un libro, posso ascoltare la musica, posso mangiare barrette kinder, giocare a puzzle bubble sul cellulare o anche ingubbiarmi, come ho sempre fatto, o devo comportarmi come se fossi in ufficio? O è ammesso solamente che io legga il sole 24 ore, che usi il computer o che parli di lavoro, o posso anche chiacchierare in libertà con i colleghi?
Alle prime esperienze di lavoro capita anche di farsi queste domande, tutto è nuovo e tutto è potenzialmente problematico, e ci sarebbe bisogno di un manuale di istruzioni per ogni cosa, anche su come comportarsi in treno! 
Per ora mi sono trattenuta. Nonostante le alzatacce sono sempre riuscita a non abbioccarmi, e chi mi conosce sa che è stato un grande sforzo, nonostante la mia foga di lettura, non ho mai tirato fuori dalla borsa uno dei miei romanzi e mi sono concessa solo qualche pagina di Repubblica. 
Certo. Anche in questo ambito sto solo cercando di prendere le misure al mio capo, ai miei colleghi e alla mia società. Poi appena mi sentirò abbastanza sicura ed integrata, rinizierò a viaggiare con le mie borse giganti, pronte a contenere tutto l'indispensabile per i viaggi: una bottiglietta d'acqua, una confezione di tuc, un po' di cioccolata, il lettore mp3, un libro o due. Altro che viaggio di lavoro. Un viaggio in treno è sempre un viaggio in treno, e io li affronto sempre così.

venerdì 9 settembre 2011

Dimettersi è dura..

L'avevo già annunciato prima delle ferie, ho trovato un nuovo lavoro e ho dato le dimissioni, ma non pensavo che dare le dimissioni sarebbe stata una prova così difficile, quasi più complicato che superare i mille livelli di test e colloqui per essere assunti.
Ma perchè dimettersi è stato così difficile? Non è stato solamente il fatto che avevo un po' timore di dare la comunicazione al mio capo, persona che stimo e con cui mi sono trovata bene, né ai colleghi, con cui ho legato fin da subito. E non è stato neanche il fatto che avevo paura di essere considerata una "traditrice" dal resto del gruppo per questo prematuro abbandono. No, tutti sono stati comprensivi e felici per me, un po' tristi per la mia partenza, ma tutti hanno capito le mie motivazioni. 
Non è stato il dilemma etico-morale con cui i miei amici mi hanno un po' preso in giro durante queste ferie "ma come, con la crisi che c'è, con i disoccupati che aumentano, con molti di noi che stanno facendo fatica a trovare lavoro, tu ti licenzi????", anche se in effetti ho un po' pensato anche a questo. 
La cosa più difficile è stato proprio capire come darle, le dimissioni, letteralmente, cioè in che tempi, con che mezzi, rispettando quali scadenze ecc ecc. E, nonostante studi ed approfondimenti su internet, nonostante i consigli del capo, nonostante la consulenza di un amico che si occupa di questo, nonostante io abbia letto almeno 5 volte il mio contratto, ho comunque sbagliato la modalità di trasmissione delle dimissioni, e ieri, un giorno prima della cessazione del mio rapporto di lavoro, mi hanno telefonato dall'ufficio risorse umane. 
Io credevo avessero bisogno di accordarsi per lo svolgimento delle attività di fine rapporto e invece mi hanno gelata "Buonasera, a noi non risulta che lei abbia dato le dimissioni". Il tutto detto con un orrido accento milanese e con un tono veramente sgodevole. Panico. Terrore. Scoraggiamento. Ma sarà possibile che a 25 non sono neanche in grado di dimettermi per bene??? Possibile che questi perfezionisti delle multinazionali abbiano sempre da ridire su tutto, anche su come ci si dimette? 
Per farla breve avevo mandato la raccomandata con la lettera di dimissioni, l'avevo mandata nei tempi giusti, era stata ricevuta, eppure l'ufficio centrale di Milano non ne sapeva nulla.
Errore mio che avrei dovuto mandarla anche là?
Errore dei romani che non l'hanno inoltrata ai colleghi milanesi? Ancora non l'ho capito.
E così fino a stamattina ho temuto che ci sarebbero stati problemi, che mi avrebbero incatenata in ufficio e che non avrei potuto iniziare il nuovo lavoro lunedì. 
E invece alla fine ce l'ho fatta. Ho riconsegnato il pc, ho salutato tutti, ho mandato le ultime mail e archiviato tutto il mio materiale, ho fatto le valigie e ho preso un treno, spero l'ultimo per un bel po'.
E' stata dura ma sono anche riuscita a dimettermi, ed ho imparato la lezione: la lettera di dimissioni è sempre meglio consegnarla a mano, e dimettersi durante il periodo di prova, senza obbligo di preavviso, è molto più facile!!!

giovedì 23 giugno 2011

La partita doppia no!

I colloqui sono un po' come gli esami: ci si sente sotto giudizio, si teme il loro esito, si è in agitazione e si ha paura di non saper rispondere. 
Solitamente però i colloqui non sono così nozionistici, non si deve dare la risposta giusta ad un qualcosa su cui ci si può preparare, ma bisogna dare una buona impressione di sè e delle proprie potenzialità.
Era ciò su cui io contavo.. Ma non va sempre a finire così..
Per una persona estroversa, abituata a parlare in pubblico e con una buona proprietà di linguaggio ed anche un buon curriculum, come nel mio caso, non è così difficile superare un colloquio motivazionale. Ma una vera e propria interrogazione, come in sede d'esame è un'altra cosa!soprattutto quando si deve fare un test su argomenti MAI studiati.
E allora non c'è motivazione né parlantina che tenga. Carta canta, ed un test consegnato in bianco, purtroppo, canta parecchio.
Superato lo shock iniziale per la figuraccia e per la delusione mi faccio un po' di domande...
Visto che il responsabile delle risorse umane pare essere un mestiere molto in voga, mi chiedo, qual è il compito di chi ha questo ruolo, se non quello di selezionare curricula adeguati alle figure che si sta cercando?!?
E allora perché vengo chiamata io, povera laureata in scienze politiche, per una posizione da assistente revisore contabile?
Perché devo subire l'umiliazione di trovarmi di fronte ad un test di contabilità, quando dal mio curriculum è evidente che è una materia che non ho mai studiato??
Mi sa che inizierò a rispondere anche agli annunci in cui di cerca esperti in risorse umane,tanto se si tratta di convocare indiscriminatamente tutti i candidato che hanno inviato un cv per qualsiasi posizione, dovrei essere in grado. E nel frattempo medito di chiedere i danni morali e materiale al settore recruitement di questa grande multinazionale..e no, non mi metterò a studiare la partita doppia a 25 anni, finora sono sopravvissuta anche senza.
..

domenica 12 giugno 2011

Facebook or not?

La vita dei giovani, e non solo, pare essere sempre più ancorata ai social network, Facebook in primis, causando anche una serie di ripercussioni, a volte molto serie, sull'ambito lavorativo.

I problemi con Facebook iniziano molto presto, già dalle selezioni degli aspiranti lavoratori, infatti, gli uffici risorse umane, soprattutto di grandi aziende, svolgono alcune ricerche preliminari su internet, ed, ovviamente sui social network. Ed è inutile indignarsi o sbandierare la nostra privacy, visto che si è scelto volontariamente di scrivere e mettere materiali, magari privati, on line, e quindi alla mercé di tutti.
è possibile evitare che il proprio futuro capo veda foto di sbronze, di vacanze, di goliardate post laurea, nonchè conosca tutti i nostri flirt, ragazzi, amici, gusti, ed orientamenti? 
Ci sono un po' di accorgimenti, primo di tutti controllare con attenzione le proprie impostazioni sulla privacy. Quanti sprovveduti credono che abbiano accesso ai contenuti del proprio profilo solo gli amici! Ebbene no, è necessario specificarlo nelle impostazioni! 
Il secondo accorgimento, che nel momento della ricerca del lavoro, anche io ho adottato, è quello di scegliersi uno pseudonimo o un soprannome, anche se ufficialmente Mr. Fb dichiara che ciò non sia possibile. 
Infine potrebbe essere una bella idea anche accettare fra i propri amici solo reali conoscenti e non svelarsi troppo online. Sembrerò paranoica, ma io ho cercato di fare tutti ciò, dal momento che non mi pareva carino presentarmi al primo colloquio con la nomea, di già, di sinistroide ubriacona! 
E tutti questi consigli potrebbero anche aiutarvi, non solo ad ottenere un lavoro, ma anche a difendervi da potenziali guardoni, maniaci ed ex ossessivi.
I problemi però non si fermano al momento della selezione. Una volta entrati in un nuovo ufficio, infatti, è necessario decidere che fare... aggiungere o accettare su Facebook i nuovi colleghi? 
Magari sono giovani e simpatici, magari facebook può essere uno strumento utile per sentirsi ed organizzare eventi aziendali, ma il mio consiglio è quello di rimanere saldi: respingere ogni contatto, quasi come se si trattasse di un contagio. Un solo collega aggiunto potrebbe infatti provocare la catastrofe: pian piano si verrebbe individuati da tutti, anche da quelli noiosi, competitivi, o antipatici, e prima o poi potrebbe succedere di dover diventare amici anche del proprio capo. Aggiungerne anche uno solo è l'inizio della fine: non cedete!
Avere su Facebook i colleghi, o peggio, il proprio capo, può infatti causare notevoli problemi, non soltanto un po' di imbarazzo per questa invasione della privacy. Aumentano ogni giorno i casi di contenziosi fra le aziende e i loro dipendenti che avevano sparlato del datore di lavoro sul social network e a volte questi contenziosi si sono conclusi con il licenziamento. 
Come se non bastasse è pericoloso anche usare facebook in ufficio, alcuni dipendenti di un comune in provincia di Forlì sono stati accusati di peculato perchè pare utilizzassero i pc del lavoro per aggiornare i propri profili.
Internet, che sembra essere sempre di più uno strumento indispensabile nella ricerca del lavoro, a volte può anche farcelo perdere. 
E se i miei colleghi ed il mio capo, nonostante le mie precauzioni, dovessero diventare mie amici su Facebook, sappiano che tutto ciò che scrivo su questo blog è di fantasia, e eventuali somiglianze a nomi, fatti o persone è puramente casuale! ;)

venerdì 3 giugno 2011

In scadenza


Non parlo del latte in frigo, nè delle mozzarelle, nè della verdura che compro sempre in abbondanza per farla appassire, nè di tutto il resto. Questa volta il prodotto in scadenza sono io, o meglio, il mio contratto.

è dal primo giorno di lavoro che, mentalmente, faccio il conto. Fra tre mesi mi scade il contratto, fra due mesi finisco, ormai mi conoscono, mi diranno a breve qualcosa, fra un mese termino, ora mi parleranno... e invece siamo arrivati a meno 12 giorni, di cui solo 8 sono lavorativi, e non so ancora niente.
Sarà una strategia dell'azienda, o sarà che non mi vogliono più?
I colleghi ci scherzano e danno per scontato che mi verrà fatta l'offerta di rinnovo, almeno di un altro periodo di stage, in fondo non ho fatto troppi danni, ho imparato tante cose, in ufficio hanno sempre bisogno di una mano, ed insegnare tutto di nuovo a qualcun'altro sarebbe un grande sbattimento. Il capo invece sta muto. Non si pronuncia nè in un senso nè nell'altro.. E nel frattempo i miei buoni pasto per giugno non sono arrivati, cosa significherà? Perchè aspettare così tanto per decidere? O ancora peggio, se si è già deciso, perchè aspettare così tanto per comunicarlo?
In 8 giorni di lavoro cosa potrà mai succedere che faccia cambiare idea sul mio conto?
E se hanno già deciso, perchè non me ne parlano?perchè non pensano che sarebbe più corretto informarmi e permettermi di iniziare a programmare il mio futuro? Perchè farmi sentire così in balia delle onde, senza farmi neanche prendere in mano la situazione?Almeno se sapessi già che non avrò un rinnovo, potrei ributtarmi a mandare curricula, fare ricerche, fare colloqui. Così solo incertezza.
La mia situazione non è particolarmente critica. Fortunatamente ho ancora alle spalle la mia famiglia che mi aiuta, sono laureata da pochi mesi, e non mi aspettavo che questo fosse il lavoro della mia vita. In fondo mi ritengo già fortunata e privilegiata ad aver trovato questo stage retribuito, ma non troppo, appena laureata.
Però, nonostante non abbia mutui da pagare, nè figli da mantenere, la sensazione di essere in scadenza non mi piace per niente. E immagino già con terrore quante volte dovrò riviverla, con la consapevolezza che, crescendo, sarà sempre peggio.
E mi rendo conto che il lavoro e la ricerca del lavoro sta già diventando il mio chiodo fisso, l'argomento di conversazione che esce sempre, l'ossessione quotidiana. Parlo di colloqui, controllo le offerte di lavoro, consiglio proposte ai miei amici, mi immagino il mio lavoro ideale, sogno un'assunzione, desidero trovare il lavoro definitivo e lo vorrei qua a Bologna. Chiedo, mi sbatto e mi informo con tutti quelli che conosco. E ormai che sono entrata nel trip, lo faccio per me, per il mio ragazzo e per i miei amici. Non troverò pace finchè non saremo tutti sistemati. E purtroppo, vista la situazione, prevedo ancora tanti momenti d'ansia.
Quante volte ancora ci capiterà di dover aspettare per un rinnovo contrattuale? Quante volte ci sentiremo limitati nel chiedere ferie, malattie, fare scioperi, per non dare una cattiva impressione ed arrivare all'agognato rinnovo? Quanti contratti di tre mesi in tre mesi dovremo sopportare? E quante volte, invece, non avremo neppure quelli?
Almeno questa situazione mi sta insegnando ad essere più sensibile. Giuro che non comprerò mai più frutta e verdura in eccesso, giuro che non abbandonerò più cartoni di latte in frigo ad attendere il loro destino e prometto di mangiare tutte le mozzarelle in scadenza, prima che sia troppo tardi. 
In fondo tra simili bisogna essere solidali e darsi una mano, no??

lunedì 23 maggio 2011

Il ricatto della precarietà

Tempo fa ci dicevano che la ricetta per la piena realizzazione degli individui nel lavoro, e quindi anche in tutta la loro vita, era la flessibilità, parolina magica in auge a partire dagli anni '90, che è stata declinata in mille modi diversi, ma che, almeno in Italia, sembra paurosamente coincidere sempre con precarietà.


Ci dicevano che, grazie alla flessibilità, era possibile cambiare la propria vita, seguire le proprie ispirazioni, rivoluzionare il proprio lavoro, anche a 50 anni. Ci dicevano che, grazie alla flessibilità, ognuno poteva costruirsi il proprio percorso e conciliare meglio la vita privata e quella lavorativa. Ci dicevano che la flessibilità sarebbe stata la soluzione per aumentare il tasso di attività e di occupazione delle donne, finalmente libere di "essere flessibili" e di riuscire ad unire "flessibilmente" i lavori di cura con il lavoro vero e proprio. Ci dicevano che la flessibilità avrebbe premiato il merito e punito i nullafacenti dal posto sicuro ed assicurato a vita. Ci dicevano che la flessibilità avrebbe ampliato la nostra libertà di scelta, di decidere della nostra vita e di essere meno schiavi del lavoro. Ci dicevano.
Ora si sentono in giro molti meno elogi della flessibilità, anche da parte di quelli che in Italia l'hanno sempre voluta e difesa. In effetti, anche loro, farebbero fatica a difendere la loro fallimentare creatura, che non è mai riuscita a diventare davvero una flessibilità matura e completa, sullo stile della flexicurity dei paesi del Nord, che, invece, coniuga flessibilità e sicurezza, grazie ad un avanzatissimo welfare state. Come potrebbero infatti negare l'evidenza della situazione italiana attuale? 2.000.000, solo fra i giovani, di NEET, ovvero Not in Education, Employment or Training, in parole più chiare, completi nullafacenti, numero che continua ad aumentare, rispetto agli anni precedenti. 
Ma è inutile riportare, ancora una volta, questi dati, che ci sono dolorosamente chiarissimi, e che per la mia generazione non sono più solo numeri, ma nomi, cognomi e storie di amici, colleghi, se non di noi stessi. La situazione la conosciamo tutti. E tutti i giorni speriamo che non tocchi a noi dare un volto a queste storie.
E quindi la flessibil-precarietà in Italia cosa ha portato?che libertà di scelta ci ha dato? Quale meriti ha premiato? Domande retoriche, a cui non è necessario dare risposte.
Alla fine dunque la flessibilità all'italiana ha negato proprio quelle cose che voleva garantire, in primis la libertà di poter scegliere con tranquillità il proprio percorso. In quest'epoca di desolazione e disoccupazione, infatti, è possibile mettersi in gioco, seguire le proprie aspirazioni, cambiare lavoro anche quando si ha la fortuna di averne uno? Se si trova un lavoro, bello o brutto che sia, non si è sotto ricatto, molto più di prima, a causa della paura di non poterne trovare un altro? Forse questa flessibilità ci sta spingendo a cercare, piuttosto, una grandissima staticità. Chi affronterebbe l'altissimo rischio di disoccupazione per inseguire la propria realizzazione lavorativa e personale oggi? In fondo mia nonna me lo diceva sempre "piuttosto che niente è meglio piuttosto", e proprio per questo la mia generazione è costretta, nel migliore dei casi, ad aggrapparsi al primo simil-lavoro capitato, anche a discapito di tutto il resto. Altro che libertà di scelta.

martedì 10 maggio 2011

Fra la noia e il superlavoro...c'è lo stage

Gli stage - e forse anche i lavori- sono di due tipi. 
Il primo tipo potrebbe essere definito stage inutile, cioè uno stage in cui la cosa più eccitante e formativa che si fa è un po' di fotocopie, magari in formati particolari. Questi tipi di stage sono praticamente sempre non retribuiti ed organizzati dalle Università, cioè servono solo a perdere tempo e a guadagnare un po' di crediti. Al massimo possono essere inseriti nel curriculum, sperando che facciano un po' mostra di sé, ma ci si deve poi inventare da zero le mansioni svolte e le cose imparate. La cosa più difficile di questi stage è far passare il tempo. Facebook, sempre che non sia bloccato nei computer del lavoro, è il miglior amico dello stagista annoiato, che in alcuni momenti preferirebbe essere sfruttato come cameriere-portaborse-tutto fare, e rendersi un po' utile, piuttosto che essere considerato come un soprammobile, che si è deciso di mettersi in ufficio solo per mantenere buoni rapporti con l'Università. Io ho provato questo tipo di stage, e per fortuna c'era il bar aziendale ed un po' di altri colleghi stagisti con cui prendere decine e decine di caffè al giorno. Questo stage non mi è servito assolutamente a nulla, ma dovevo farlo per forza, ed era davvero frustrante passare le giornate su internet e alla disperata ricerca di passatempi, soprattutto perchè avrebbe potuto davvero essere una bella occasione, ed io ero motivata, entusiasta e felice di darmi da fare. Sono stata una risorsa sprecata.
All'altro estremo c'è l'altra tipologia di stage, che può essere definito stage schiavitù, riconoscibile dal fatto che i poveri stagisti non alzano un minuto gli occhi dai computer e che fanno orari di lavoro da sfruttamento. Anche questo tipo di stage ha i suoi pregi e i suoi difetti, infatti, se da un lato la fatica è enorme, almeno, lavorare così tanto, inevitabilmente porta ad imparare, con la speranza di avere un rinnovo di contratto, o di diventare un po' più "appetibili" sul mercato del lavoro. Eppure anche l'ansia di non essere all'altezza, di avere troppe responsabilità fin dall'inizio, la paura continua di sbagliare può rendere uno stage interessante molto stressante.
Come al solito la nostra generazione è costretta da un estremo all'altro, non ha mezze misure, nè sfumature e vie di mezzo, e si dibatte impotente fra noia e schiavitù. 
Voi che preferireste?

sabato 23 aprile 2011

Ansia da prestazione

So che questo blog dovrebbe parlare di lavoro, di stage, dello sfruttamento dei poveri neolaureati e delle prime, tragicomiche, esperienze di noi, giovani del 2011, nel fantomatico "mondo del lavoro", eppure oggi ho voglia di scrivere di altro... tanti anni di esercizi al liceo mi hanno però formata, e continuo ad essere molto brava a trovare i famosi "collegamenti" (quanti punti in più si ottenevano a fare citazioni in latino durante un'interrogazione di letteratura italiana, o a spiegare un passaggio di filosofia durante un compito di greco!), e scommetto quindi che riuscirò a passare da una recensione cinematografica all'argomento del lavoro in poche frasi.

PRONTI?VIA! inizia il gioco e partiamo dal commento al film, uscito nei cinema in questi giorni, HABEMUS PAPAM, di Nanni Moretti, che vi prende parte, come al solito, anche come attore.
Bellissimo film, profondo, leggero ed ironico allo stesso tempo, che pare trattare un tema, solo apparentemente, molto lontano da tutti noi e dalla quotidianità. Roma, giorni nostri. I cardinali di tutto il mondo si riuniscono in conclave per eleggere il nuovo papa, e dopo varie fumate nere, finalmente ne scelgono uno. Sembra tutto normale, tutto scontato come sempre, ed invece, sulla soglia del balcone, dopo essere già stato annunciato dalla storica formula "Nuntio vobis magno gaudio habemus papam", il nuovo Papa ha una crisi di panico e scappa. Lasciando tutto il mondo nell'incertezza sulla sua identità, e causando, di fatto, il sequestro di tutti i cardinali (e del povero Nanni Moretti, psicologo) dentro al Vaticano, poichè fino a che non ci sarà l'annuncio dell'elezione, il conclave non può considerarsi concluso. Il film continua così, in maniera molto delicata e poetica, a descrivere la situazione drammatica di una persona che è stata scelta ma che non si sente all'altezza. Di una persona piena di sensi di colpa, che sa cosa gli altri si aspetterebbero da lui, ma che non riesce a farlo, e per questo soffre, si strugge e non riesce a fare altro che scappare. 
A parte consigliarvi il film, che ha anche alcune battute e trovate molto simpatiche (il torneo di pallavolo dei cardinali, per esempio, o la guardia svizzera che deve muovere le tende nelle camere del Papa, per far credere che lui sia ancora li), con una bella interpretazione di Nanni Moretti e una bella colonna sonora (Mercedes Sosa, Todo Cambia), è arrivato il momento di spiegarvi perchè ho deciso di trattare questo argomento sul mio blog. 
La realtà è che il film mi è piaciuto, mi ha colpito e mi sono immedesimata. Ebbene si, mi sono immedesimata nel Papa, soprattutto nella mia situazione attuale. 
Iniziare un lavoro significa infatti essere sempre sotto pressione ed avere un incarico significa avere delle responsabilità, sia che si tratti di uno stage sia che si tratti di fare il Papa. Certo le responsabilità e le ansie sono commisurate alla situazione, ma poi molto dipende da come uno le sa gestire. E allora io in questo periodo mi sento un po' così, e al lavoro vorrei dimostrare quanto sono brava e quanto hanno fatto bene a scegliermi, e di conseguenza sono sempre un po' ansiosa e con la paura di sbagliare. Ogni tanto mi viene voglia di fuggire, come nel film, e penso a quanto era più rilassante, forse, la mia vita di prima. O forse avevo già imparato a gestire le ansie universitarie da esami e ormai non le sentivo più, mentre ora devo imparare a convivere con altre situazioni. 
Però se io fossi stata in Nanni Moretti, psicologo, avrei detto al Papa che essere ansiosi per le nuove esperienze è normale, anzi significa che si prendono le cose a cuore, e che sbagliare, soprattutto all'inizio, è lecito ed istruttivo, e che bisogna tener duro ed avere fiducia in se stessi. Prima o poi impareremo a gestire anche le nuove situazioni, e a pensare a quanto eravamo sciocchi un tempo a preoccuparci per certe cavolate, e a trovare nuovi motivi di ansia nelle nostre vite. 
O almeno questo è quello che cerco di ripetermi tutte le mattine quando, pensando al lavoro, ho un po' di ansia da prestazione.